luglio

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lunedì 31 gennaio 2011

Cercavo di non pensarci; dopo tutto perchè avrei dovuto star male? "E' questione di testa!" mi ripetevo e intanto sfaccendavo in cucina. La bocca all'improvviso cominciò ad essere secca e la lingua faceva fatica a staccarsi dal palato. "Mangerò una gelatina... ne prendo una al lampone." Scartai in fretta la caramella, e l'assaporai cercando di convincermi che fosse l'"antidoto" giusto e che presto sarei stata sollevata dal disagio... "bisogna solo crederci... è tutta questione di testa!" Ero sola a casa in quelle prime ore del pomeriggio, e cosa insolita, mi sentii disorientata come chi è sul punto di perdere il controllo della situazione, pregai che i miei figli tornassero presto, poi mi feci coraggio, del resto non era "questione di testa?" E allora bastava pensare a qualcosa di piacevole! Evidentemente, però non lo era abbastanza perchè il malessere, la spossatezza, la nausea avevano preso un ritmo che se pur lento andava in un crescendo tutt'altro che piacevole. Una pausa nella partitura: lo squillo del citofono. Finalmente! Non ero più sola. A Valeria bastò guardarmi in faccia: "Che c'è mamma? Come va?" "Così così. E' meglio che vada a sdraiarmi un po'." E anche questa volta stentavo a prender sonno, e se per caso riuscivo ad appisolarmi un po', mi svegliavo di soprassalto con un forte senso di soffocamento come se avessi caldo, mentre i brividi percorrevano la mia spina dorsale. A metà pomeriggio fu impossibile restare a letto, capii che lo "tsunami" stava per colpire di nuovo, meglio "arginarlo" nel bagno, avrei fatto meno danni e poi... volevo vedermela da sola, almeno così speravo. Nel tragitto dalla camera al bagno mi arrivò dalla finestra aperta un forte odore di pane abbrustolito: la nausea fu tremenda. Mi sedetti e sperai che tutto finisse presto. Ma perchè doveva succedere tutto questo? Non era ancora abbastanza? Il sudore aumentò, freddo raggelava la pelle, le tempie pulsavano e ad un certo punto la vista offuscandosi venne meno. "Non vedo più!!" Valeria e Francesco e anche la piccola Biù Biù arrivarono di corsa giusto in tempo per assistere al prorompere dello "tsunami". Spettacolo indegno! Lo volevo tutto per me... ma niente da fare. E anche arginarlo non era stato possibile... "Mamma, però la prossima volta almeno non mangiare il formaggio, ti prego!"

domenica 30 gennaio 2011

Oggi un menù antitumorale per eccellenza: cavatelli a tre dita con sugo di calamari e vongole, cavolfiori lessi e una bella spremuta di arance rosse di Sicilia. Sì, perchè quest'anno la reticella con le arance dell'AIRC l'ho comperata, ho aderito volentieri a quest'iniziativa credendo pienamente nella validità della ricerca che va avanti. Il cancro, è chiaro, va bocciato ancor prima che si manifesti con la prevenzione e la sana alimentazione, ma anche quando ormai sembra tutto sia perduto, si può combattere con la terapia chirurgica e soprattutto con la chemioterapia e la radioterapia. La ricerca ha fatto grandi passi in tal senso e oggi sono in uso farmaci di un'efficacia impensabile solo venti anni fa, con effetti collaterali ridotti al minimo.L'obiettivo primario dei ricercatori, naturalmente, resta quello di azzerare la malattia, che nessuno possa mai più ammalarsi, qualcosa si è fatto, molto altro c'è da fare, per ora dobbiamo avvalerci di una sana educazione alimentare da mettere in atto sin dalla tenera età: cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, pochi carboidrati, molto pesce e poca carne. Con l'apporto giusto di alimenti antiossidanti, fibre, proteine nobili ma grassi limitati si può sperare di opporre un valido ostacolo a varie forme tumorali, in quanto si evita un abnorme aumento di peso e viene garantita una perfetta funzione degli organi. Pur "ammalandoci" ancora in tanti, è vero, in molti "riusciamo a guarire", tanto che non è più un azzardo togliere la prima sillaba alla parola "incurabile" così che si possa persino gridarla questa parola, con un significato naturalmente stravolto, "CURABILE", perchè bisogna crederci, di cancro si può finalmente guarire.

sabato 29 gennaio 2011

E di nuovo Pasqualina, come la buona terra, ha dato il meglio di sè. "Ma tu vai sempre camminando?" E per la seconda volta mi ha spiazzato, confusa, incerta se quella fosse una nota di merito o meno. "E meno male che va camminando, significa che campa!" Ha risposto Grazia venendo in mio soccorso, ed è vero "io campo" che è più forte che dire "io vivo." Vivere è logico, normale per ogni essere vivente, campare comporta una lotta, la fatica di sopravvivere, la riconquista della vita che non vuoi perdere. Me lo ripetevo ad ogni ciclo di chemio: "basta che campo!" e così riuscivo a superare il mare di disagi da affontare e a riprendermi una fetta di esistenza che mi spettava di diritto. Per quella volta avrei voluto una fetta più consistente perchè dopo qualche giorno sarei stata la madrina di Cresima di mia nipote Alessandra e dovevo essere in piena forma. "Speriamo..." mi dissi, impegnandomi ad uscirne indenne e tornai a casa con un piano di difesa da seguire scrupolosamente. Mangiare poco, niente verdure, neanche il "pastino", solo pasta con l'olio che è inodore e, diciamo pure anche un po' insapore: questo era il programma. Ma poi cominciarono i soliti crampi, sempre più forti, e resistere diventava un'impresa. Beh, avrei mangiato pane e pomodoro come la prima volta, il pensiero mi stuzzicava non poco e non mi dava nausea. Mi preparai la solita fetta abbondante, ben condita (addio, buoni propositi!) e me la gustai appagando quell'appetito menzognero, non completamente però perchè sentii il bisogno di aggiungere anche un bel pezzo di formaggio Asiago, e per concludere non poteva mancare la coppetta di fragole (a maggio no, non se ne può proprio fare a meno) ma senza panna, così restava un tantino più leggera. La coscienza era a posto: il pane e pomodoro era un pasto già collaudato, niente verdure, quindi... potevo star tranquilla. "Ma', mi sà che hai un po' esagerato!" Forse sì, ma ormai... che potevo farci?

venerdì 28 gennaio 2011

In quell'ambiente già amico un altro volto familiare non poteva che farmi bene. Glielo avevo chiesto per scherzo ma mi aveva risposto con un "a che ora si parte?" e avevo capito che non scherzava; sì, perchè quando si parla con mia nipote Simona non si sa quando finisce l'ironia e incomincia l'atteggiamento consapevole e serio. Diversa dalla gemella Alessandra, più diretta e facile da capire, lei è così, ingenua quanto basta, vagamente ironica e dotata, forse anche a sua insaputa, di una sottile vena comica. Se parla di se stessa conserva tali caratteristiche e allora senti che dice "sono slanciata, bionda e bella", ironizzando,  perchè sul "bionda e bella" possiamo essere d'accordo, sullo "slanciata" un po' meno. In comune con la sorella, però ha il grande affetto per me; aveva pianto tanto alla notizia della mia malattia, e di quel periodo ricordo le sue telefonate quotidiane che cominciavano sempre con un sommesso "ti disturbo?" Poi io avevo messo fuori la grinta giusta e con me l'intera famiglia, tutti solidali per una grande battaglia, compresa lei, "piccola, bionda e bella." Quel 18 maggio, allora era lì con noi, a tenermi compagnia, a parlarmi del suo lavoro, del suo amore e soprattutto dei preparativi per il matrimonio di Alessandra, fissato per il mese dopo, una festa bellissima che attendevamo con gioia: la prima dei nipoti di nostro padre che andava sposa! Ridevo di gusto anche con l'ago nella mano, tanto che il dottor Antonio, entrando aveva esclamato: "E brava te! Oggi ti sei portata la claque." Beh, in un posto come quello la claque ci vuole proprio, aiuta a dimenticare ciò che stai facendo e il perchè, alimenta la speranza e rischiara il futuro. Un supporto amico potenzia l'efficacia della terapia stessa così che si possa parlare come Gerardina: "Ma io a 'sta malattia non ci penso proprio, io non la tengo, non l'ho mai avuta perchè...mi sento bene!"

giovedì 27 gennaio 2011

"Come siete messe vi farei una fotografia!" aveva detto Marta sulla soglia della stanza, guardandoci. "E perchè? Certo, ho capito, siamo belle." Avevo risposto io sorridendo, anzi continuando a... sorridere, perchè era stato proprio questo a colpire Marta, che Isa ed io chiacchierassimo senza mai smettere di sorridere. E' che il sorriso ti viene da dentro, costituisce una parte di te, nasce dalla voglia di vivere, diventa un'arma per vivere. All'inizio di ogni storia di malattia ce n'è davvero poco perchè l'ansia e la paura la fanno da padrone, poi nasce come abbozzo perchè lo devi fare, non tutti sanno o possono capire, le occasioni si susseguono e continui a... farlo e scopri che, sì è vero, ti senti meglio e non smetti più. E pure per me era stato così, anche durante la chemio che non è certo cosa da prendere a ridere; ho sempre sorriso e qualcuno aveva persino notato di non avermi mai visto così allegra, e non era del tutto una forzatura da parte mia dal momento che dopo essermi imbattuta in una malattia del genere, che cos'altro di peggio poteva capitare? Ero quindi fiduciosa, ciclo dopo ciclo, andavo avanti guardando da lontano il traguardo che prima o poi avrei raggiunto.
E così tra passati di verdura e dolcissime gelatine, spazzolate color di rosa e parrucche sul comò ero arrivata alla vigilia della terza chemio. Avevo un po' di timore... dopo tutto quello che avevo passato la volta precedente, chissà cosa mi aspettava! Mi sentivo come l'atleta prima di una gara, che sa di dover percorrere lo spazio dello stadio correndo, e raccoglie tutte le sue forze e respira profondamente e si concentra perchè quella corsa la vuole vincere, costi quel che costi. Ma avevo bisogno anche, come l'atleta, d'incoraggiamento, che tutti "tifassero" per me; al Day Hospital il "tifo" era assicurato, il dottor Antonio, Dora, Marta, Grazia e persino Orlando sostenevano sempre le parti di chi era dall'altra parte della barricata, poi c'era Valeria ancora con me, ma quella volta chiesi anche a qualcun altro di essermi vicino.

mercoledì 26 gennaio 2011

A lungo Isa aveva tenuto per sè quel segreto, un problema al seno di cui intuiva la natura, ma che per paura non voleva le fosse spiegata. La capivo bene perchè anch'io, sconsideratamente, mi ero comportata così all'inizio e comprendevo pure la sua sofferenza e l'alternarsi dei contrastanti stati d'animo che la portavano ad apparire cupa e scontrosa, mentre in realtà era in preda al dubbio e troppo spesso pensierosa. Poi un giorno, non sa dire il perchè, condivide quel peso con una persona che non conosce neanche da tanto e che vede solo per lavoro, vorrebbe non averlo fatto, ma è troppo tardi perchè questa le si mette dietro con tanta insistenza da convincerla finalmente a farsi visitare. Isa va dal medico e la diagnosi è quella che lei temeva, ma almeno si è tolto quel peso insopportabile; vorrebbe comunicarlo a chi l'ha salvata, ma quella persona non la vede mai più, sparita nel nulla. "Era un Angelo, sì, secondo me poteva essere solo un Angelo sceso dal cielo per aiutarmi, per questo non l'ho più visto ma lo sento vicino e mi aiuterà ancora." E' vero, il Signore non abbandona e si serve di quelle "persone speciali," "angeli sulla terra," per far sentire la sua paterna protezione, e così quella che per Isa era una semplice conoscenza, divenne un Angelo di Dio. Mentre ascoltavo questa storia mi venne subito in mente la trama di un vecchio film di Frank Capra, "La vita è meravigliosa", in cui il protagonista, un giovane buono ed onesto, viene aiutato la Vigilia di Natale da un Angelo, mandato da Dio in sembianze umane, che terminato il suo compito scompare e del suo passaggio sulla terra resta solo il suono di una campanella sull'albero di Natale.
Ora Isa ha ancora tanto bisogno di aiuto e protezione, che quell'Angelo possa restarle accanto, pur non visto come segno dell'aiuto di Dio.

martedì 25 gennaio 2011

Il tiepido sole di un giorno di gennaio mi riscaldava nel tragitto dalla fermata dell'autobus a casa; me lo sono goduto tutto quel sole stamattina, ed era quasi ora di pranzo quando un profumo di pomodoro fresco e basilico (fuori stagione?) ha solleticato le mie narici. Se avessi chiuso gli occhi avrei immaginato d'essere in estate... Che belle sensazioni! Prima non prestavo attenzione a niente, tutto era normale e banale, soprattutto banale perchè normale, ed ora invece è la normalità che mi dà motivazione di vita.
Oggi quando sono arrivata in ospedale Marta mi ha detto: " C'è Isa, sta facendo una trasfusione, va' da lei." Isa ha l'età di mia sorella Marcella, quasi 53 anni, e da quattro convive col tumore al seno. Quindi sono anni che viene curata con la sola chemioterapia, questo perchè ha rifiutato l'intervento, ha avuto paura e ha fatto la sua scelta, lucida ma non so quanto consapevole. Durante questo tempo di chemio ininterrotta il suo midollo è stato stressato dai molteplici trattamenti ed ora mostra dei cedimenti nei valori dell'emoglobina, e poichè anche il calcio non va tanto bene dovranno rimetterla in sesto, almeno una settimana di flebo.
"Ah Isa,come sei stata discola! Ma perchè non volerti operare??!" "Lo so, ma ho avuto paura, tanta. Solo ad ascoltare ciò che dovevo subire mi vedevo morta e poi ho pensato, se mi deve andar bene mi basterà la terapia." "Questo, è vero, può essere un punto di vista, più o meno la penso anche io così, però... la serenità?! puoi dire in cuor tuo di essere serena con "un alieno" dentro di te?" Isa ha fatto spallucce e ha sorriso con gli occhi, i suoi occhi straordinariamente miti. Quando ci siamo conosciute mi aveva raccontato la sua storia, del tumore e dell'evoluzione della vicenda e subito, per la sua particolarità, mi era parso che ci fosse un qualcosa, sì... un qualcosa di magico.

lunedì 24 gennaio 2011

La base del mio "pastino" era il passato di verdure, ma ogni giorno il "menù" (posso azzardare questo termine? Chissà?!) cambiava. Un cucchiaio abbondante di ricotta e due altrettanto abbondanti di parmigiano rendevano il "pastino" particolarmente cremoso e saporito; altre volte per sopperire alla mancanza della carne, eliminavo la ricotta e aggiungevo un passato di lenticchie o di spinaci, oppure ancora un uovo sodo sminuzzato... i "cuoricini" poi, completavano il piatto, bello da vedere e ottimo da gustare. Mangiavo piano: essendo un pasto semiliquido le mascelle non dolevano, delicato al palato, sapido al punto giusto non provavo mai disgusto e nausea. Cambiava il modo di alimentarmi ma, tutto sommato non mi dispiaceva perchè mi sentivo bene e non debole, segno questo che il mio organismo non lamentava troppe carenze alimentari. Per sostituire la frutta fresca che non riuscivo a masticare sempre per la questione delle mascelle, andavo forte con gli omogenizzati al gusto di... tutti i frutti, anche quelli fuori stagione: che volevo di più? Ah, sì dimenticavo... decine di vasetti di yogurt al gusto fior di latte che appagava il mio desiderio di dolci e rinfrescava la mia povera bocca sempre arsa. Durante gli attacchi di crampi allo stomaco correvo ai ripari con le gelatine di frutta, quelle caramelle leggermente gommose, ricoperte di zucchero, e come funzionavano! Credo di averne consumato qualche chilo in quel periodo, mentre oggi non posso vederle nemmeno disegnate; per fortuna non hanno lasciato ricordi alla mia linea, altrimenti le avrei odiate ancora di più: ah, tanto amore, tant'odio!

domenica 23 gennaio 2011

Una patata, una carota, un gambo di sedano... cipolla no, meglio di no...  odore e sapore troppo decisi, del resto per i bambini non ce la mettevo, qualche pomodorino invece sì... è buono e colorato, nel passato di verdure fa allegria e questo non guasta soprattutto nel caso mio. Così, più o meno cominciava la preparazione del mio "pastino", nell'immaginario lo chiamavo in questa maniera perchè nel  piatto a pranzo, mescolate con le verdure passate c'erano tante di quelle cose che mi tornava in mente il "pastone", un grande misto di alimenti che di solito si dà agli animali; il termine però, trattandosi di me era decisamente forte e anche un tantino fuori luogo e così avevo preferito il diminuitivo che mi accostava ancora di più al mondo della prima infanzia. E a pensarci bene, io con la malattia e ancor di più con la chemioterapia avevo preso a trattare me stessa, a prendermi cura come di una bimba piccola, perchè era così che mi sentivo... fragile...vulnerabile... incerta del futuro, qualora l'avessi avuto... bisognosa d'affetto e di coccole; non che tutto questo mi mancasse, anzi... avevo persino scoperto il di più in mia figlia e non lo pensavo, ma c'era bisogno di tanto superfluo, anche d'inutile ed io per me stessa, in verità non lo lesinavo. Ed ecco... la spazzolina rosa, la pastina a cuoricini con il passato di verdure, il sostare un po' di più a letto la mattina senza dormire, ma con gli occhi chiusi per gustare il bacio dell'arrivederci del compagno della mia vita. Quanto era più dolce! Se in ogni situazione, anche la più spiacevole, bisogna trovare sempre il lato positivo, io l'avevo trovato in tutto questo ed è così che ora il ricordo non mi pesa e mi riporta solo a quelle sensazioni che non solo non si possono dimenticare ma  migliorano anche il tempo che vivi.

sabato 22 gennaio 2011

Tornando a casa pensavo a cosa mi aveva detto Pasqualina e in particolare ad una sua domanda: "Ma tu sei una che porta conforto? Perciò vieni qua?" Lì per lì non avevo saputo rispondere in modo chiaro perchè ero rimasta perplessa, ora la mia risposta sarebbe: "Vengo qui perchè qui sto bene, e non so se porto conforto, di sicuro porto la mia persona che è prova tangibile di come il tumore può essere messo a tacere." Ha sorriso ancora una volta mentre si dava una grattatina sotto il cappello, dove si intravedevano i capelli appena spuntati.
"La mia persona"... mi piace ripeterlo... "la mia persona." Quanto tengo a lei??! Davvero tanto! Già subito dopo che il tumore era venuto allo scoperto e diagnosticato, avevo cominciato a considerarla maggiormente, tanto sotto diversi aspetti l'avevo trascurata perchè la mente era occupata e per superficialità; credevo di aver tempo e di poter pensarci dopo, poi la prospettiva era cambiata e di conseguenza anche l'atteggiamento. Così curavo di più il mio aspetto ed ero attenta all'alimentazione, cosa questa che era diventata fondamentale durante la chemioterapia.  Lo "tsunami" del secondo ciclo mi aveva letteralmente scombussolato, e oltre la profonda nausea per la carne, mi aveva lasciato un qualcosa di indefinibile che mi portava a guardare un po' tutti i cibi con... sospetto, quasi potessero essere artefici di chissà quali disagi. E in parte era anche vero, infatti non potevo mangiare pane, pasta o frutta, alimenti piuttosto consistenti insomma, senza accusare un languido indolenzimento alle mascelle, per non parlare poi della digestione sempre lenta e della bocca sempre secca o pastosa, e tutto ciò anche dopo i primi giorni che seguivano la terapia. Se avessi dovuto seguire questa corrente, mi sarei lasciata andare aspettando che tutto tornasse alla normalità... forse, ma non volli farlo e cominciai a pensare al modo di alimentarmi bene, senza disagi e anche con gusto. Tornai ai bambini piccoli, mi soffermai al loro palato delicato che, abituato al sapore dolce del latte, accettava cibi dal gusto semplice e non deciso. Durante lo svezzamento dei miei figli ne avevo preparate di pappe così, tutte a base di passati di verdura che già con i loro colori rallegravano la vista prima di soddisfare il palato, ora avrei fatto lo stesso per me... mi sarei presa cura di me stessa con lo stesso amore con cui avevo allevato i miei bambini... piano piano sarei cresciuta... davvero, dovevo farlo... "la mia persona" lo meritava.

venerdì 21 gennaio 2011

Mi chiedo a volte che cosa sia che mi spinga a voler condividere ogni cosa, esperienza, emozione, gioia o anche semplicemente "un cioccolatino" con tutti quelli che ora costituiscono " il mio mondo". Ho rubato quest'espressione ad Azzurra perchè mi piace molto e rende bene il pensiero di chi vive un post-tumore: il desiderio di crearsi un nido, un riparo dove sentirsi al sicuro, capito e protetto. Ho chiesto oggi a Marta: "Ma sarò normale?" E lei mi ha risposto con un cenno di assenso. E' certo comunque che io mi sento bene, molto bene quando seguo questo impulso del mio cuore. Ed è così che ieri mi sono rivista con Rosa che faceva una TAC di controllo, ho voluto raggiungerla, facevo il "tifo" per lei e volevo che lo sentisse con la mia presenza. "Ti ho portato una cosa, ce l'ho anch'io a casa: è un simbolo." E mi ha dato in dono una tartaruga, un simbolo ma anche un messaggio: un animale in grado di proteggersi da ogni attacco esterno che rappresenta una forza nascosta, la forza che abbiamo scoperto di avere tutte noi, con Rosa, Azzurra, Rita, Anna, Elisa, Angela e tante altre ancora, compresa Pasqualina che ho incontrato oggi in ospedale mentre faceva la terapia, una donna di  66 anni, semplice e genuina come la buona terra. Sorrideva e non si lamentava, anzi ringraziava Dio perchè non aveva grossi disturbi a causa della chemio, poi però ha fatto un'affermazione un po' forte: "Se Dio ci vuole bene ci fa campa', se ci vuole male ci fa mori'." No, Pasqualina, i mali non sono una punizione, nascono per l'eterno conflitto tra il bene e il male e noi ne siamo vittime inconsapevoli. Dio che è sommo bene non può volerci male e nel dolore ci è vicino e ci sostiene, comunque vada, è e resterà Padre. Senza paura, poi, va considerata la morte come naturale conclusione della vita: nascita e morte, alfa e omega dell'esistenza.

giovedì 20 gennaio 2011

" Ma levatelo questo benedetto cappello!" Valeria urlò proprio quel giorno che ero stata tanto male, al secondo ciclo di chemio. Aveva ragione perchè io il cappello non lo toglievo mai e non lo avevo tolto neanche quando,stesa sul letto, avevo cominciato ad avvertire i primi segni dello "tsunami". Il fatto è che non tolleravo il pensiero di apparire così com'ero, il cappellino mi dava quella sicurezza che allora mi mancava, una sorta di maschera soprattutto per me stessa che mi proteggeva da una realtà che, benchè passeggera, non volevo accettare. Guardarsi allo specchio ogni giorno diventava sempre più drammatico e presto avrei dovuto dimenticare l'esistenza del pettine; i capelli, sì li avevo tagliati cortissimi, ma ora mi chiedo perchè mai non ho trovato il coraggio di rasarmi a zero??! Forse perchè pensavo o meglio mi illudevo che sarebbero caduti di botto da soli o che ero così preparata da non soffrire tanto; nè l'una nè l'altra cosa, perchè quotidianamente li vedevo dovunque, sul pettine, nel lavandino, sugli abiti ed era sempre una nuova pugnalata. Senza parlare di quando decidevo di lavare "la testa"! Chiudevo gli occhi per non guardare, poi li aprivo troppo in fretta giusto per assistere ad una triste processione verso lo scarico della vasca da bagno. Ma quanti erano questi capelli?? E pensare che mi ero sempre lamentata del fatto che fossero pochi. Mah! A pensarci, la vita è proprio strana, offre situazioni completamente capovolte che, è vero, disorientano ma fanno capire quanto non possano esistere opinioni ferme ed oggettive, tutto è mutevole e passeggero, come del resto lo è la vita stessa.
E intanto quei quattro peli rimasti dovevano comunque essere sistemati fino alla definitiva scomparsa e il pettine per loro era diventato veramente un lusso che non potevano più permettersi. Ci pensai un po'... Certo! Erano tanto simili ai capelli dei neonati, quelli che vengono su verso i cinque mesi, dopo una prima caduta... sì, avrei usato la spazzolina a setole morbide, proprio quella per i capelli delicati dei bimbi piccoli, che accarezza e non traumatizza il cuoio capelluto. Ma poichè, anche in questa situazione spiacevole, ringraziando Dio, non ho mai perso l'amore per me stessa e il piacere di curarmi sia pure badando un po' al superfluo, volli scegliere spazzola e pettine di un bel rosa confetto, il colore femminile per eccellenza, perchè avevo un tumore ma ero viva, ero femmina e intendevo esserlo per molto altro tempo ancora.

mercoledì 19 gennaio 2011

Continuare ad... andare avanti e soffermarmi a guardare intorno. C'è la vita intorno. Non solo la mia procede, pur tra alti e bassi, ma anche quella delle persone che contemporaneamente fanno lo stesso percorso, simile e mai identico. Come su un autobus che prima di arrivare al capolinea fa diverse fermate; ad ognuna qualcuno scende, altri salgono, in un avvicendarsi continuo. Tale immagine mi è venuta proprio durante una di queste "escursioni"; quando la mente è libera, non tesa all'impegno, quale può essere quello della guida, recepisce ogni piccola sensazione e la trasforma in ricchezza. Mi guardo spesso intorno e riesco a captare espressioni di gioia quanto di rammarico o serena rassegnazione.
Ieri in ospedale c'era nonna Emilia, una vecchina di 96 anni, piccola che si perdeva in quella poltrona mentre faceva la trasfusione. "Hai visto?! La nonna di Heidi!" ha detto Marta presentandomela e la tenerezza che mi ha fatto non la sto a raccontare. Piccola, magrissima va avanti così, a flebo e trasfusioni perchè non mangia regolarmente da un anno; non cammina più e a stento sente solo da un orecchio. Le sue vene, fragili come cristallo si rompevano di continuo e lei stringeva le labbra per il dolore, facendo brevi respiri frequenti ad ogni tentativo di Marta. "Ma che vita è questa?" ha detto Valeria al telefono quando ne ho parlato. E' la vita, rispondo ora, l'evoluzione di un arco di tempo che non è mai uguale per tutti; nonna Emilia magari è stata sempre bene e ha vissuto senza preoccupazioni o... magari no... è stato tutto il contrario, ma è la vita, comunque un dono da "gustare" fino alla fine, anche quando sul fondo resta un po' d'amaro. "Sei brava tu..." ha detto a Marta. (nonna Emilia aveva ragione, perchè brava, Marta lo è davvero) "E' facile essere brava con te perchè...sei bella, bella." Di quella bellezza, dico io, senza età che va oltre l'età.

martedì 18 gennaio 2011

Continuare a... ricordare, sempre e nonostante tutto. Nella mente resta memoria e dei fatti tristi, per la maggior parte, e di quelli lieti, un po' meno, forse perchè si tende a non considerarli , a sottovalutarli per una naturale inclinazione al vittimismo. Ora, per un momento voglio "archiviare" quel che di negativo c'è stato nell'ultimo periodo e tornare al 18 gennaio dell'anno scorso, giorno di arrivo in casa della nostra piccola, di Beauty. Arrivò per colmare un vuoto, un vuoto di soli dodici giorni; l'avevamo voluta subito, io in particolare, forse perchè ero consapevole che trascorsa qualche altra settimana non l'avremmo fatto più. Figurarsi... con tutto quello che sarebbe successo dopo! E invece quel giorno ce la riportammo tutta avvolta in una copertina di pile, timida e tremante, noi, future ignare vittime di quella piccola peste. Quanti sorrisi ci ha strappato, come quella volta, una delle prime notti quando restammo in piedi fino alle tre e mezzo convinti  di poterla vedere addormentata, ma per Biù-Biù invece quella era l'ora giusta per giocare, addentare un osso o smangiucchiare una rivista sul ripiano più basso del tavolino su cui era posto il televisore, alla fine c'era pure salita su quel ripiano e seduta comodamente si era facilitata l'operazione. E il suo rincorrere la pallina, prenderla in bocca, alzare la testa per farla ricadere dalla massima altezza,( parola grossa trattandosi di una chihuahua) per vederla poi rimbalzare. E il suo stiracchiarsi la mattina nella cuccia, indugiando a pancia all'aria per farsi coccolare...e tante tante altre cose di cui la nostra piccolina è stata ed è quotidianamente protagonista. Trovo giusto aver dedicato anche a lei un angolino di questa mia storia, perchè molte lacrime ha ricacciato indietro con la sua inconsapevole allegria, tante volte ha dato uno scossone alla volontà di lasciarmi andare quando credevo di non farcela più, ha "regalato normalità" a giornate altimenti vissute tra l'angoscia e l'agitazione. Il vederla dormire poi era il suo dono più bello, sedava ogni ansia, cancellava tutti i brutti pensieri. Piccola, dolce Biù-Biù!

lunedì 17 gennaio 2011

Beh, sono contenta di continuare a... riacquistare l'entusiasmo per le piccole cose, ma proprio piccole come può essere l'aver fatto dopo tanto tempo la "mia" torta di mele. E' un dolce che ho imparato quando i miei figli erano piccoli seguendo la ricetta di una rivista; stranamente mi era riuscita bene al primo colpo, cosa eccezionale, considerata la mia quasi assoluta incapacità in fatto di dolci, almeno all'epoca, per questo "mi ero affezionata" e la preparavo sempre, in ogni occasione o anche solo per la colazione. Pur tenendo a mente l'elenco degli ingredienti, avevo voluto conservare la pagina del giornale come promemoria, temendo che un "vuoto" potesse mettermi all'improvviso di fronte ad un umiliante insuccesso. Il foglio ingiallitosi col tempo è rimasto sempre tra le mie cose più preziose anche per il suo valore sentimentale, rappresentando con le graduali tonalità di colore le varie tappe di crescita dei miei figli. Praticamente non avevo mai smesso di farla questa torta di mele, fino alla comparsa del tumore, quando ogni desiderio, entusiasmo e gioia erano cessati di colpo per lasciare posto all'ansia e alla paura di dover lasciare tutto: in quel periodo era già tanto conservare la voglia di metter su la pentola dell'acqua! Poi "il percorso", difficile, faticoso; piano piano sono andata oltre "quella pentola", ma alla torta non avevo più pensato, fino a ieri mattina, quando svegliandomi mi è venuta quest'improvvisa "gioia " di fare. Non so, è una sensazione, ma la gioia per me è profumata come i biscotti di Mara e dolce come la mia torta di mele, e così... ho ripreso quel vecchio foglio sempre più giallo... una rapida scorsa...e subito all'opera. Gli ingredienti c'erano tutti, con l'aggiunta di entusiasmo e rinnovata gioia di vivere sarebbe venuto fuori un dolce da esposizione. La realizzazione della torta, in realtà molto semplice per cui non è necessario nemmeno l'uso dello sbattitore elettrico, è durata meno di un'ora più cinquanta minuti di cottura nel forno; a fine pranzo questa "piccola cosa" è stato il momento di dolcezza per me e l'amore della mia vita, e con i ricordi è diventata la giusta pausa dopo tanta amarezza.

domenica 16 gennaio 2011

Una fitta al cuore, una pressione alle tempie, gli occhi velati di lacrime: un dolore profondo. Dopo lo sbigottimento, la reazione: il desiderio di non lasciarti andare. Volevo scrivere di te, per trattenerti: un pensiero, un'emozione, forse un libro. Avevo anche il titolo, "Non si erano ancora spente le luci del presepio", perchè te n'eri andata quasi con le feste, poi mi son fermata, perchè l'intensità del dolore e il coinvolgimento mi avrebbero fatta cadere nella retorica guastando il ricordo di te, e questo non lo meritavi. "Col tempo lo farò", mi dissi, poi una nostalgia malinconica mi prese e ogni giorno è diventato una pagina di quel libro che non scrissi. In questi ultimi mesi, i più difficili per me, ti ho sentita sempre accanto: mi hai tenuto la mano, mi hai sgridato, hai asciugato le mie lacrime. Sei stata la mamma di sempre. Ma come mi sei mancata! Oggi, dopo sei anni, nella stessa giornata di domenica, proprio come allora, ci siamo ritrovati tutti a pregare per te e con te, sicuri, e Dio ci perdoni questo pizzico di arrogante presunzione, che un posto Lassù te lo sei già meritato con la sofferenza qua sulla terra. Sei quell'"Angelo di pace" che è volato in cielo ma ha lasciato quaggiù tutte le cose belle che ha fatto, tante, che non la faranno mai dimenticare e renderanno sempre viva la sua presenza tra di noi.
"Col tempo lo farò" avevo detto, e ora mi accorgo che senza averne esplicita intenzione ho scritto di te, dopo sei anni... E' che il mio cuore ti ha voluto di nuovo qui e tu lo sai il perchè. Adesso tornerai nel mio ricordo ma sempre con me, della mia vita modello che non vorrò mai deludere.

sabato 15 gennaio 2011

Con gioia l'ho abbracciata e se alla gioia si potesse dare un profumo sarebbe quello di biscotti che Mara si portava dietro, odore di casa, di famiglia, di mamma, perchè Mara è una mamma speciale, con gli occhi che brillano solo se le si chiede dei suoi figli. Dopo aver fatto una flebo di ferro è andata via ed io sono rimasta a parlare con Marta nel corridoio. Restata poi da sola, mi sono accorta di sostare davanti ad una camera: sul letto sdraiato su un fianco c'era un uomo con gli occhi chiusi, attaccato ad una flebo contenente un liquido bianco simile al latte, accanto la moglie e la figlia. Non so perchè l'ho fatto, in realtà nessuno mi aveva invitato, ma sono entrata. Il fatto è che ora non temo niente e voglio dare tanto; le persone mi piacciono tutte e sento il bisogno di condividere ogni emozione, magari senza parlare perchè non sempre la parola è gradita o giusta, ma di esserci facendo sentire una presenza partecipe; del resto non occorre conoscersi per far sentire di sapere che cosa si prova e che la vita, comunque anche col dolore va avanti.
"Vieni, ti ho preparato il caffè, te lo devi prendere per forza!" Orlando, pur sapendo che il caffè io non lo prendo, l'aveva preparato ugualmente e, a quel punto non me la sono sentita di rifiutare, "magari, Orlando, con un goccio di latte?!" "Sei fortunata che c'è..." Così, "baciata dalla fortuna" ho bevuto il caffè scambiando quattro chiacchiere con Orlando che ora mi definisce un'attivista e poi sono andata nello studio di Dora. Con lei ho parlato a lungo, da lei c'è sempre da imparare. Dietro quell'apparente allegria che non si smorza mai, quell'energia inesauribile che le dà le sembianze di "Ercolino sempre in piedi" ( il famoso pupazzo pubblicitario degli anni '60 che pur continuamente spinto non cadeva mai), cela una sensibilità di fondo affinata da una profonda sofferenza. Lei, questa sofferenza l'ha elaborata senza mai dimenticarla e l'ha messa a servizio di chi soffre, trasformandola in quella "vivacità accogliente" che tanto conforta, rinfranca e risolleva.
In fondo al corridoio ecco la signora N. "Salve signora, auguri di buon anno. Come va?" "Non c'è male...se non fosse per quella seccatura della flebo per le ossa!" "Lo Zometa? Ma non importa, signora, vi vedo comunque bene." "Eh, all'apparenza..." " Vuol dire che gli acciacchi ve li portate bene come gli anni, signora cara." Ah, a 70 anni lamentarsi a tutti i costi invece di ringraziare il buon Dio!! Perchè tanta arroganza?

venerdì 14 gennaio 2011

"Ma come crescono 'sti capelli??!" mi dicevo stamattina guardandomi allo specchio; sì, perchè ora i capelli ci sono anche se non li riconosco ancora come miei. Sono strani, vanno nel verso opposto rispetto a prima, crespi e ribelli dal colore argento brunito ricordano la paglietta lucida-pentole. Mah! Meglio non perder tempo a guardarli, certo la situazione per ora è questa, speriamo che il futuro possa sorprendermi  a riguardo, sennò... sennò niente: ho la parrucca! Andrò avanti così finchè non mi sentirò pronta e a mio agio, anzi finchè non riuscirò a stupire me stessa, perchè, sono certa, riuscirò a diventare anche esteticamente una persona diversa.
Con un unico movimento ormai sicuro ho messo su la parrucca, una sistematina alla frangia e via... perchè oggi avevo la solita "flebo per l'anima." Diretta all'ospedale, sono scesa di corsa da casa, giusto in tempo per prendere l'autobus. Quel quarto d'ora impiegato per arrivare a destinazione mi fa lo stesso effetto delle piccole flebo che facevo prima del farmaco vero e proprio durante la chemioterapia, mi rilassa, mi predispone a recepire tutto ciò che di buono ci può essere perchè la mente e il cuore raggiungano una stabilità fatta di certezze reali e consapevoli. E così anche stamattina, quando sono arrivata in reparto mi sono sentita bene, a casa, perchè lì nessuno si stupisce mai di vedermi, anche se la chemio l'ho finita da tre mesi, e poi tutti parlano lo stesso , identico linguaggio, fatto non solo di dolore ma anche di tanta forza  e speranza. Sono bandite le banalità, ben accette invece, la gioia e la voglia di vivere che si esprimono anche con la risata che non risulta mai inopportuna, nonostante il luogo e le situazioni.
Qualche giorno fa pensavo a Mara, l'avevo vista l'ultima volta che facevo ancora la terapia, avrei voluto rivederla ma non sapevo come fare, stamattina l'ho ritrovata là dove c'eravamo lasciate.

giovedì 13 gennaio 2011

Qualcosa dovevo fare... tornai in camera a vestirmi. Tirai fuori dall'armadio una tuta azzurra e una maglietta beige... poteva andare; alle orecchie indossai un paio di orecchini un po' pendenti con gli angioletti, sulle labbra un velo di gloss rosato e in testa, come tocco finale il berrettino a righe colorate. Mi guardai di nuovo allo specchio: meglio di prima ero! Adesso dovevo dare inizio alla mia giornata che, a giudicare dagli acciacchi facile  non sarebbe stata di certo, ma non importava, ero in piedi dopo "lo tsunami", questo mi bastava. Con grande fatica rifeci il letto, poi andai in cucina: chissà... provare a bere un po' di latte??! Niente da fare. Meglio un succo di frutta, alla pera. Cominciai a sorseggiarlo piano, poi mi sedetti, le gambe sembravano di piombo. Ma perchè questa volta ero stata così male? Avevo mangiato cibi sbagliati, avevo mangiato troppo o era meglio che non mangiassi proprio? Che importanza aveva a quel punto porsi delle domande e ancor più cercare delle risposte, molto probabilmente non c'era alcuna spiegazione, era andata così e basta. Ora però era passata e gli strascichi  sarebbero scomparsi anch'essi a poco a poco, bisognava solo aver pazienza e cercare di distrarsi. Anche se il rischio di vomitare non c'era più, la nausea continuava forte e irrispettosa, per fortuna mi ero organizzata anche riguardo ai pasti per i giorni a venire, una sorta di menù fisso che preparavo con qualche giorno d'anticipo e che avrebbe "allietato" la tavola dei miei cari anche per gli altri appuntamenti con la chemio, la loro tavola, appunto, non la mia. Per quel giorno solo il  pensiero della patata lessa non mi dava la nausea, quindi avrei mangiato quella,condita con olio e sale. Il pranzo era sistemato, tutto il resto poteva aspettare, poi c'era Valeria che si stava rivelando essere per me più di un semplice aiuto; il vederla girare per casa, fare le cose che di solito erano il mio compito quotidiano, mi dava la stessa sicurezza e serenità di quando, piccola, avevo la febbre e vedevo sfaccendare la mia mamma. Mia figlia in quel momento diventava per me madre.

mercoledì 12 gennaio 2011

E quella determinazione l'ho letta anche negli occhi di Azzurra. Ieri finalmente ci siamo conosciute di persona; siamo entrate in contatto tramite Dora e la nostra "frequentazione" fino ad ora è avvenuta in chat, poi abbiamo deciso di vederci e quale posto migliore per incontrarsi la prima volta del luogo dove siamo state curate e le nostre storie sono accomunate? Dora aveva parlato ad ognuna dell'altra in modo particolare, forse aveva notato delle affinità o chissà cosa, certo noi "ci siamo scovate", confrontate, incoraggiate per ritrovarci, pur in un'ovvia diversità caratteriale, tanto simili da pensare le stesse cose e provare le identiche emozioni. E dire che lei ne ha passate davvero tante! Per tre anni le sue vicissitudini sono state continue perchè per due volte di seguito ha vissuto la stessa angoscia, è stata in ansia per un intervento, ha provato lo sgomento nel veder cadere i suoi capelli. Ora a giusta ragione è impaurita ma è qui, i suoi capelli sono ricresciuti, molto belli e gli occhi hanno una luce tutta nuova, niente a che vedere con il dolore passato, e trasmettono forza e tanta fiducia. Mi ha portato un dono, un angioletto fatto da lei, ed è stato per me un pizzico di speranza in più, una prova che non sono sola. Dio che ho sempre sentito vicino, mi è ancora accanto e tutte le persone "speciali" che ho incontrato lungo questo cammino ne sono la prova: ognuna "giusta" al momento "giusto." Sono i mezzi che Lui offre per poter "leggere tra le righe storte della vita" e imparare tanto, anche ad amarla questa vita comunque vada. Grazie Azzurra, allora, grazie anche a te!

martedì 11 gennaio 2011

Piano piano la situazione rientrò e dopo due ore riuscii persino a sbocconcellare una fetta biscottata in dieci minuti. Era passata ed io "mi portai" a letto, sfinita senza avere neanche la forza di rimboccarmi le coperte. Lo fece l'amore della mia vita, baciandomi sulla fronte e accarezzandomi, poi mi prese la mano e così, finalmente, dopo tanto travaglio mi addormentai. Al mattino dopo non sentii la sveglia nè mi destò la luce ben viva di quelle prime ore di un giorno d'aprile. "Resta a letto, riposa. Prendo il caffè e vado via." Ancora un bacio e poi restai sola, come in trance, dolorante e abulica. "Mamma, come va?" mi scosse la voce di Valeria; "Non ti alzare. Ti porto qualcosa?" Le chiesi un succo di frutta, altro non desideravo, mi dava nausea anche l'aria della stanza e l'odore del mio corpo. Eh sì, le sensazioni che si provano in quei momenti sono uniche e certamente non comprensibili per tutti, a volte possono apparire anche esagerate, non lo nego, però sono autentiche; intenzionalmente io ho voluto conservarle ben stampate nella mia anima, non per masochismo ma come promemoria allorchè, dimenticando qualcosa di ciò che è stato mi tornasse l'insana voglia di tornare indietro e dare importanza ad inutili affanni.
Seguii il consiglio di Valeria, ma a mattino inoltrato non ce la facevo più a stare così, mi pareva quasi che aumentassero i dolori alle ossa stando sdraiata e allora mi alzai, a fatica ma mi alzai. Guardandomi allo specchio non mi riconoscevo proprio; pallida, con le occhiaie e in testa i capelli che si facevano sempre più radi, ero l'immagine della chemioterapia. Ma io la rifiutavo, non volevo che mi si vedesse così, neanche in casa, era troppo triste prima per me stessa poi per gli altri. Forse qualcosa la potevo fare, anzi dovevo farla con la determinazione che nasce dalla volontà di tornare a galla quando credi di aver toccato il fondo.

lunedì 10 gennaio 2011

 Uno di questi giorni lo toglierò quell'iceberg dal freezer, quando ne avrò voglia e senza pensarci prima, perchè a cosa serve programmare se l'imprevedibile è dietro la porta? E anche in quell'occasione avevo sbagliato; ero partita tutta spavalda, certa che la seconda volta sarebbe stata come la prima se non meglio, avevo programmato ogni cosa, persino il pranzo giusto tre giorni prima, mi sentivo sicura di poter gestire la situazione, e poi... ero finita miseramente in lacrime, pienamente consapevole della mia pochezza. Mi vergognai tanto. "Ma' non piangere, dai. Fra un po' starai meglio. Calmati." A quel punto però mi cessò la salivazione ed io giunsi al culmine del malessere.Come ad un terremoto sottomarino può far seguito uno tsunami, dalla violenza prevedibile fino ad un certo punto, paurosa ed inevitabile, così dopo due ore di forte disagio mai provato prima sopraggiunse il vomito. Valeria aveva appena portato dal bagno una bacinella ma ... forse è meglio non soffermarsi su quello che successe dopo; basterà dire che in pochi minuti mia figlia si trovò a sconfessare ciò che aveva detto proprio quella mattina con tanta sicurezza. E altro non aggiungo.
A differenza di una comune indigestione non stetti subito meglio, anzi, seguì un profondo abbattimento e scoramento, le lacrime scendevano questa volta silenziose."Mamma, pensa, se tu stai ora così male, chissà come se la vede brutta il tumore!" E dicendo questo, Valeria fece una buffa smorfia, ed io risi. Eh già, tutta quella mia sofferenza era per "bastonare" quel brutto, odioso "bozzo" che da troppo tempo mi aveva tolto fame e sonno, gioia e sorriso: per motivarmi ancora non lo dovevo mai dimenticare.

domenica 9 gennaio 2011

"Ma qui dentro c'è un iceberg!" ha esclamato stamattina la mia dolce metà quando ha visto spiccare nel freezer un blocco di ghiaccio dalla forma non ben definita. Con il pacco di patatine surgelate in mano ho replicato senza scompormi: "Sono cambiata io e quindi è cambiato anche il freezer, no??!" E' andato via senza proferire altro, avendo capito ciò che volevo dire; invece io ho continuato, parlavo ma voleva essere più un pensare ad alta voce, in verità. Eh sì, è finito il tempo quando l'operazione de-frost del vano congelatore a casa mia si faceva ogni mese, i vetri si pulivano tutte le settimane, si spolverava ogni giorno, lo specchio del bagno veniva lustrato ogni due ore. "Ma che fai... parli da sola?" Non proprio, solo che ora basta mi venga dato l'imput ed io non perdo l'occasione di far notare il mio cambiamento, evidenziato anche dal mutamento delle priorità. Soprattutto confrontando il mio antico passato con quello più recente capisco quali sono le cose che contano veramente, che un pavimento tirato a lucido non ti può dare lo stesso appagamento di quattro chiacchiere con un'amica, della pagina di un buon libro, di una passeggiata pensando un po' a te stessa, a quelli che sono i tuoi desideri o le tue ansie. Dal momento che una casa scintillante non ti ringrazierà mai di esserlo e che nessuno si sognerà di assegnarti un primo premio per chissà che cosa è giusto che si dia una brusca virata all'andamento della barca e che si cambi definitivamente rotta, ringraziando Iddio di poterlo ancora fare. Senza rimpianti cancello ciò che è da cancellare, quasi tutto, salvo il salvabile, quello che ho saputo costruire, metto un punto e vado avanti, guardando al mio futuro che spero sia lungo ma sicuramente sarà sereno.

sabato 8 gennaio 2011

E invece non fu esattamente così. Già da subito mi sentivo satolla, troppo, tanto da non riuscire quasi a deglutire. E' meglio muoversi, pensai, meglio per la digestione e mi diedi a rigovernare e a rassettare la cucina. Ad un certo punto subentrarono spossatezza e sonnolenza; mi facevano male i muscoli e stentavo a tenere gli occhi aperti. Feci quello che potevo e mi "fiondai" a letto, forse un buon sonno mi avrebbe giovato o per lo meno avrebbe fatto trascorrere il tempo più in fretta. Non riuscivo però ad addormentarmi; mi giravo e voltavo, presa a momenti da brividi improvvisi alternati ad un calore strano, quasi soffocante. Avevo la televisione accesa davanti a me e uno spot reclamizzava con immagini efficaci, che in tempi normali mi avrebbero fatto venire l'acquolina in bocca, una nota marca di prosciutto cotto; ad un certo punto non riuscii più a reggerne la vista. Nausea? Sarebbe un eufemismo definire tale il violento voltastomaco che mi prese in quel momento. Ingoiai a  vuoto, spensi la televisione e cercai di calmarmi. Ormai erano le sei del pomeriggio e il malessere invece di attenuarsi,  aumentava. Valeria stava preparandosi per uscire, entrò nella stanza e mi vide sconvolta, a suo dire, come non mai. Non avrei  voluto trovarmi nella condizione di essere di ostacolo per qualcuno, tanto meno per i miei figli, se avessi potuto avrei nascosto il mio disagio, ma era troppo evidente: stavo davvero male! Non le chiesi nulla, ma lei senza dire nulla si cambiò e si mise accanto a me, come non aveva mai fatto. "Dai, ma'! Cerca di stare calma, riposa un po'." E intanto mi posava un fazzoletto inumidito sulla fronte che bruciava e mi teneva compagnia , "dicendomi tanto con il suo silenzio". I minuti avanzavano ed io stavo sempre peggio; era rientrato anche Francesco e con Beauty sulle gambe si era seduto difronte a me. I miei figli, la mia cagnolina: quanto amore! La situazione, forse la tensione accumulata e anche quel conforto mi fecero sentire all'improvviso piccola piccola, e senza ormai alcun freno persi il controllo di me stessa e scoppiai a piangere.

venerdì 7 gennaio 2011

Per gli altri avevo provveduto con largo anticipo; due giorni prima, la domenica avevo cucinato ragù in abbondanza e lo avevo usato per preparare la pasta al forno, così a qualunque ora fossi tornata a casa dopo la chemio, avrei avuto poco da fare. Per quanto riguarda me, invece, avrei ripetuto volentieri l'esperienza del "pane e pomodoro" con l'aggiunta di qualche altra cosina se ne avessi avuto voglia. Di ritorno a casa cominciarono i soliti crampi allo stomaco, simili a quelli della fame, anzi sembrava proprio fame, così presi a mangiare qualche pezzetto di pane, poi un altro ancora ma non si placavano: questa volta tutti i disturbi erano proprio amplificati! Era meglio non pensarci; " è tutta questione di testa", mi ripetevo e andavo avanti ad apparecchiare, a controllare la pasta nel forno e infine a preparare una bella fetta di pane e pomodoro. Sul tagliere il nostro buon pane pugliese dalla mollica compatta, sulla tavola una decina di pomodorini, piccoli e sodi, accanto l'olio di oliva, di un bel verde intenso e tanto profumato, sale e origano e il mio pranzo fu pronto. Lo stomaco si contraeva sempre più ed io quasi non riuscivo a trattenermi: dovevo assolutamente mangiare, era qualcosa in più del normale appetito, sembrava che non mangiassi da giorni. Divorai quella fetta di pane, ma non mi bastò. I crampi aumentavano però non avevo nausea; che altro avrei potuto mangiare, anzi "ingurgitare"? Mi tornarono in mente degli asparagi avanzati dal giorno prima, buonissimi, a me piacevano tanto, buttai giù anche quelli, e poi ancora... perchè no, un cetriolo, primizia di stagione, buono, fresco che mi toglieva anche quel saporaccio dalla bocca. E per finire qualcosa di dolce ci voleva: una bella coppetta di fragole con una spruzzatina di panna. Terminai finalmente di mangiare e solo allora mi balenò il pensiero che forse avevo un po' esagerato. Marta mi aveva detto: "Mangia poco e spesso, solo cibi semplici, conditi a malapena, senza odore", io non avevo seguito quel consiglio proprio alla lettera, ma d'altra parte che cosa mi poteva succedere? Avevo superato tanto bene la prima, certamente così sarebbe stato anche quella volta.

giovedì 6 gennaio 2011

Un ampio spazio circolare al centro di un centro per ricreare un lago gelato d'inverno, intorno cristalli di ghiaccio dai riflessi d'argento come d'argento appare l'alto abete che svetta, decorato con sfere di lucido azzurro. Su piccole rocce appena innevate, qua e là decine di orsi e orsetti di peluche: un paesaggio polare nella fantasia. Anche gli occhi di una persona della mia età possono essere pieni d'incantata meraviglia e il cuore tornare bambino per sentirsi accarezzare da una tenerezza che fa star bene. Guardare quella luce e pensare che è ancora possibile continuare a... sognare, perchè no, fantasticare e mantenere intatta un po' d'infanzia, anche se sei stanca, delusa ed hai paura. La vita va avanti, nonostante tutto, e passano i giorni, i mesi e gli anni così come son passate queste feste. Si gira pagina ed io sono a casa, con i miei orsetti che amo tanto, l'orsetto dormiglione, lo strillone, lo scolaro, quello tutto riccioli e il più piccolo che regge un calendarietto di legno dell'età dei miei figli. Tutto può restare uguale nel nostro sentire, protetto da quell'infanzia custodita ed esser un momento di pausa e di ristoro nei percorsi più difficili.

mercoledì 5 gennaio 2011

"Una cosa è certa: mai e poi mai potrei reggere la vista di qualcuno che vomita, nè tanto meno raccoglierlo, il vomito." Così sentenziò mia figlia dall'alto delle sue sicurezze mentre si accomodava di nuovo sulla sedia con il cellulare in mano pronto per ogni evenienza ma soprattutto per chiamare il fratello non appena avessi finito. "Ma', tutto a posto?" Ogni tanto mi chiedeva non sentendomi parlare. Il fatto era che l'appuntamento con la chemio costituiva per me un'occasione in più per riflettere, non che non mi piacesse conversare, anzi, ma in quelle pause forzate del mio quotidiano facevo il punto della situazione; lasciando indietro i momenti brutti superati proiettavo in avanti il mio agire, cercando di caricarmi il più possibile di positività. Finita questa, mi dicevo, sarà -2 e andrò avanti fino all'intervento: che arrivi presto!
"Allora Mary, la prossima il 18 maggio. Aspetta... non ti alzare di scatto... ti può girare la testa. Fa' piano!" Grazia mi consegnò il foglio dell'appuntamento seguente e le sue parole giunsero alle mie orecchie come attaverso un filtro: strano, sentivo meno. Mi levai dalla poltrona con la solita sensazione di ebrezza e con le parole che si smorzavano in gola. Niente di nuovo, pensai, passerà e intanto erano due in meno. Mentre mi avviavo verso l'uscita dove ci aspettava Francesco, mio figlio, trovai difficoltà a camminare in linea retta, molto più della volta precedente; piano piano, comunque e con un piccolo "slalom" raggiunsi la meta. Che cerchio alla testa! Che bruciore agli occhi! Ma... che lagna stavo diventando! Basta... non dovevo stare troppo a pensarci. Piuttosto era quasi ora di pranzo... e per me  che pranzo sarebbe stato?

martedì 4 gennaio 2011

Quella mattina conobbi anche Donata, una donna più anziana di me, già mastectomizzata, era lì per l'infusione dello ZOMETA a causa di metastasi ossee. Sicuramente molto emotiva, col suo muoversi a scatti manifestava un malcelato nervosismo; non riusciva neanche a sistemarsi sulla poltrona, pur essendo una veterana, quasi fosse la prima volta che le veniva attaccata una flebo di quel genere. A Donata non andava di parlare, ma poi, forse le feci tenerezza, capì che per me la strada era ancora lunga e cominciò... Parlò di sè, del suo "seno ballerino" a causa di un tumore strano, simile ad una mastite (carcinoma infiammatorio?) che le aveva dato febbre e tanto dolore, la sofferenza dell'intervento e della terapia ed altro ancora. Ogni tanto azzardava anche dello spirito, delle battute, però lasciando intendere sempre un po' d'amarezza. "Aprite la finestra, mi fa male lo stomaco,"disse ad un certo punto, "anzi portatemi un sacchetto." Accorse Dora. "Hai da vomitare? E' strano lo ZOMETA non fa vomitare. Ma cosa hai mangiato?" E intanto lei impallidiva. Dora mi guardò. "Vuoi che metta il paravento? Perchè in questo posto basta che comincia a vomitare uno..." "No, non ti preoccupare, non sono impressionabile e poi non vomito tanto facilmente." "Sicuro...?" Non fece in tempo a sentire la mia seconda rassicurazione che Donata cominciò a dare di stomaco. Mia figlia fu fatta uscire dalla stanza ed arrivò il dottor Antonio. Presto la situazione si normalizzò; in effetti quella reazione era da attribuire più al suo stato emotivo che al farmaco e non ci mise molto a sentirsi meglio. Valeria,di nuovo nella camera, dopo che Donata fu andata via, diede allora in un'esternazione che avremmo ricordato a breve e per lungo tempo come comica stonatura di un accorato melodramma.

lunedì 3 gennaio 2011

Di queste persone speciali ho già parlato sottolineando le loro peculiarità con una definizione che sintetizza il loro "essere persona" nel senso pieno della parola. Fino ad ora, però ho trascurato Grazia, l'infermiera che ho conosciuto proprio in occasione della seconda chemio. Se Marta è stata la mia "forza rassicurante" e Dora la "vivacità accogliente", Grazia, per il senso di pace e di tranquillità che da subito mi ha infuso, voglio definirla dalla "paciosa maternità" e così portarmela nel cuore. Quando mi teneva compagnia durante le infusioni dimenticavo il perchè ero lì e che cosa stavo facendo; mi parlava della sua famiglia, dei figli. Ricordo, quanta serenità nel sentire anche del suo cane che preferiva un tipo di biscotti che però mangiava solo dopo averli "visti rotolare" fino  alle zampe. E poi le premure, e il discorrere pacato, a volte intervallato anche da qualche nota comica, e ancora il suo esclamare "No, non posso guardare!" girandosi di lato, mentre Marta, novella Indiana Jones, andava alla ricerca della "vena perduta". Quanta umanità nell'essere semplice, nel mettersi a nudo condividendo la propria vulnerabilità con la mia, sfociante in un unico comune sentire. Racconto e rivivo in questo modo le emozioni, le sento forti come allora e mi piacciono, a pelle, mi fanno venire ancora i brividi. Come afferma Eckhart Tolle, autore del libro "Il potere di Adesso", una guida all'illuminazione Spirituale, "L'emozione nasce nel punto d'incontro fra corpo e mente. E' la reazione del corpo alla mente o, si potrebbe dire, un riflesso della mente nel corpo." Ed è proprio così, saper dare ascolto alle emozioni porta ad una completezza del vivere che fa star bene soprattutto con se stessi, ma non trascura nemmeno il rapporto con gli altri.

domenica 2 gennaio 2011

E anche questa volta è andata. Le feste stanno scivolando via, granelli di sabbia nella clessidra del tempo, e mia figlia è già partita. Ogni volta è un rinnovato disagio, un senso vago di perdita, vorrei resistere al magone che mi sale in gola ma è sempre tanto, troppo difficile. Pazienza, devo avere pazienza con me stessa, devo abituare la mente e il cuore a seguire un unico percorso; dopo essersi fermati alle stazioni di posta a ritrovar ristoro familiare, dovranno riprendere la stessa strada con sicurezza e senza voltarsi indietro, soprattutto ora, soprattutto perchè ho imparato tanto e voglio essere diversa. Stasera però è così ed è da accettare anche questo; passerà e sarà bello constatare che sono cresciuta ancora un po', passo dopo passo, esperienza dopo esperienza. Un processo di crescita, iniziato un anno fa che continua ad...andare avanti attraverso eventi e fatti vissuti con la forza della volontà, la caparbietà della determinazione e con la speranza, anzi la certezza che per me il domani ci sarà, ci sarà solo perchè lo voglio. Ogni volta che, terminata la terapia, mi veniva dato il foglio dell'appuntamento per il ciclo successivo, la mia speranza aumentava; pensavo, sono tre settimane fino alla prossima volta, se me le hanno date, sicuramente vivrò per almeno tre settimane di sicuro, e con questa idea cresceva anche la determinazione a dovercela fare per forza di volta in volta. Riconosco che questi pensieri con relative emozioni hanno una certa assurdità, ma allora erano perfettamente normali, supportati anche dal sostegno e dal conforto che mi venivano dalle persone che mi curavano, persone speciali che non mi facevano sentire diversa perchè malata, anzi malata non mi consideravano affatto; offrendomi la loro quotidianità erano capaci di rendere quotidiana e normale anche quella mia dura situazione.

sabato 1 gennaio 2011

Pensavo che allo scoccare della mezzanotte mi sarei commossa come succedeva ogni anno alla mia mamma quando insieme ai dodici mesi passati si trovava a dover archiviare anche tutti i suoi guai sempre nuovi e sempre vari, invece... no, a me non è successo, anzi! Ho sentito un forte slancio venire dal profondo del cuore e prorompere come... per restare in tema, lo spumante allo stappare della bottiglia; e poi c'è stata la gioia, quella vera che ha evidenziato ancora una volta il mio cambiamento e la volontà a proseguire su questa strada, perchè un processo in quanto tale è in una dinamica continua e non smette mai di stupire. Quest'anno appena iniziato lo voglio vivere bene, non mi aspetto niente di che, ma voglio, ripeto, viverlo bene. So che dipende da me, dall'atteggiamento che avrò nei confronti della VITA; scartate tutte le cose negative del passato, continuerò a... ricordare, perchè possa imparare e ritenere ciò che del vissuto trascorso è stato un bene. Come diceva Madre Teresa di Calcutta, "bisogna imparare a leggere tra le righe storte della vita", ed è proprio così, perchè è lì la chiave di volta dell'esistenza, il vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, il non abbattersi mai perchè NIENTE AVVIENE PER CASO, e se a me nel 2010  doveva succedere quello che è successo, certamente un motivo c'era, o meglio un fine. Forse fino ad allora "mi ero sprecata", non avevo capito niente e mi ci voleva una botta così forte perchè mi si aprissero finalmente orizzonti nuovi a cui da ora in poi non vorrò più rinunciare.