novembre

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martedì 31 agosto 2010

Quella sera fu la prima volta, dopo tanto tempo, che mio marito, i miei figli ed io ci ritrovammo intorno alla stessa tavola a condividere non solo la cena, ma anche timori, ricordi,rassicurazioni. Pur sentendomi piu' forte, a tratti non riuscivo a trattenere le lacrime, poi guardavo i miei cari, la mia famiglia e tornavo a sentirmi protetta in un nido sicuro: poteva succedere qualsiasi cosa, avrei affrontato tutto, perchè non esiste malattia, nè controlli, nè dure terapie che possano impedire di continuare a... gustare, apprezzare la vita di tutti i giorni, fatta sì di noiosa quotidianità, ma anche di piccole gioie molto gratificanti. Cercavo di tenermi stretta questa consapevolezza per mandare indietro le lacrime e lasciare il posto a dei brevi sorrisi: lo dovevo all'uomo che avevo sposato, a Valeria, figlia forte e caparbia, a Francesco, figlio di poche parole ma di grande conforto. Ognuno di loro mi donava qualcosa in quel momento e non era giusto che soffrissero piu' del dovuto; dovevo farmi coraggio per continuare il cammino non piegata su me stessa, affrontando ogni difficoltà "di petto"(mai termine fu così appropriato come in questa occasione).
"Mamma, dai andiamo a preparare il borsone. Ti do una mano". Valeria, che cosa avrei fatto senza di te! E pensare che a volte ho creduto che non mi volessi bene e mi considerassi solo una rompiscatole. Questa era un'altra delle mie convinzioni sbagliate che depennavo "grazie" alla malattia.

domenica 29 agosto 2010

In realtà durante questo mio particolare percorso di vita avrei avuto modo di constatare piu' volte di quanto fossero state errate molte mie convinzioni,tipo quella di voler programmare sempre e ad ogni costo tutto; un evento del genere mandava all'aria qualsiasi piano o progetto, bisognava quindi imparare a vivere giorno per giorno, assaporando ciò che di buono ti veniva offerto da questa nuova esistenza. Strano come all'improvviso sentissi mio un convincimento che da sempre avevo giudicato frutto di superficialità! Ma per tornare a quella lunga giornata di marzo, avevo da preparare mille cose e il tempo sembrava andare troppo in fretta. Mi occorreva una vestaglia, certo! Almeno quella avrei dovuto comperarla. Con mio marito entrammo in un negozio; ne scelsi una color rosa-lilla, bella e poi di una tinta molto di moda quest'anno. Visto che ci sono, pensai, prendo anche qualche pigiama. Ma poichè si era alla fine della stagione invernale ne trovai uno solo, anche un po' triste in verità: pantaloni neri e casacchina di color grigio e beige, come unico vezzo un fiocchetto pure beige, guarda caso, proprio sotto il seno. Non mi bastò; andammo da un'altra parte e ne presi altri due, piu' vivaci e di tonalità simili al colore della vestaglia. Piano, piano tornavo ad essere serena, riuscivo a pensare a cose futili e un po' alla mia vanità. Questo fu un primo atteggiamento positivo da parte mia: avevo vinto la paura, avevo trovato il coraggio, mi sentivo viva. Volevo continuare a...piacermi per poter continuare a...vivere.

venerdì 27 agosto 2010

Piu' decisa di prima chiesi: "Quando mi operate? Presto, vero?" "Domani vi ricoverate, iniziamo gli esami di routine, per venerdì c'è la RM, poi vedremo se consultare l'oncologo circa l'opportunità di sottoporvi a qualche ciclo di chemio prima dell'intervento, data l'entità della massa." Chemio! Che parola terribile! Quasi peggiore della stessa malattia. Avrei dovuto fare anch'io la chemioterapia. Oddio, mi sarebbero caduti i capelli! E' vero, non li avevo mai considerati un granchè, ma erano pur sempre i miei capelli, mi appartenevano, erano una parte di me, e vederli cadere sarebbe stato il segno di una mia lenta agonia. Pur attonita per quello che avevo appena sentito, ripresi: "Ma che tipo di operazione mi aspetta?" Il dottor F.C. rispose: "Noi pensiamo al vostro unico bene e vista la situazione..." Lo precedetti: "Mastectomia?" "Sì, probabilmente bilaterale. Nel vostro caso una quadrectomia non servirebbe perchè il tessuto mammario è ampiamente malato e inoltre si andrebbe piu' facilmente incontro ad una recidiva." Ma di che si trattava, di una sorta di offerta speciale? Credi di avere il tumore ad un seno e te ne tolgono due? Tutto era incredibile ed assurdo.Tuttavia non mi sentivo agitata piu' di tanto, ora almeno la situazione era chiara pur nella sua gravità. Provavo una sensazione completamente nuova; era come se fossi staccata da quella realtà e la osservassi dall'esterno, rimanendo comunque emotivamente coinvolta.
Mio marito ed io andammo via dall'ospedale, vi sarei tornata il mattino dopo e c'erano ancora tante cose da sistemare! Dovevo preparare il necessario per la degenza, dare disposizioni in casa su come dovevano organizzarsi,e tanto, tanto altro ancora. Fino a quel momento avevo voluto fare sempre tutto da sola, troppo da sola, forse pensando che così mi sarei guadagnata una medaglia: beh, mi ero sbagliata di grosso!

giovedì 26 agosto 2010

"Non guardiamo troppo lontano, e soprattutto non vi sentite una "privilegiata", perchè purtroppo non siete nè la prima, nè sarete l'ultima ad avere questo problema. Al momento in reparto ci sono tre donne come voi; una, anzi è stata dimessa proprio oggi, è la piu' giovane, 29 anni. La cosa piu' importante è convincersi di fare un passo alla volta, senza fretta nè panico, e se ne esce."
Quando semplicemente ho una persona difronte, o ancor meglio ci parlo, quello che osservo sono gli occhi; beh, notai, il dottor F. C. ha proprio gli "occhi che ridono", di quegli occhi che fanno una notizia da tremenda a brutta, da insopportabile ad accettabile, perchè infondono la speranza. Mi era mancata fino a quel momento, ora cominciavo a sentirne la timida presenza. L'ansia allentò un po' la sua morsa, poi il dottore volle visitarmi e sottopormi ad un'altra ecografia; non potè che confermare quello che già si sapeva: al seno destro una massa di cm 3,2, al sinistro tre noduli sospetti che non gli piacevano affatto. Mi rivestii in fretta, poi mi sedetti davanti a lui per ascoltare che cosa pensava di fare; accanto avevo mio marito, impaurito, intimidito piu' di me. Entrambi sapevamo che da quel momento molte cose sarebbero cambiate, a partire dal fatto che spesso saremmo stati costretti a stare lontano per un po', e questo nella nostra vita insieme era successo solo due volte, quando erano nati i nostri figli. Noi due: tanto diversi eppure sempre tanto vicini! Sentii, allora, di amarlo di piu'. "Nella salute e nella malattia finchè morte non ci separi". Non potevo permetterlo! La morte non poteva già separarci; il dottore, aveva detto, se ne esce, con calma, con pazienza. Ingoiai a vuoto, respirai profondamente e decisi di iniziare il difficile cammino.

mercoledì 25 agosto 2010

In quel momento tutti i sogni, le speranze, i progetti sparivano all'istante e lasciavano il posto alla strana sensazione di avere una vita "a scadenza"e al timore di non farcela. Lo scorrere della barrella lungo il corridoio mi fece sussultare e mi distolse dai pensieri; mi avvicinai a mio padre e accarezzandogli la guancia lo chiamai, poi mi allontanai perchè non riuscivo a sostenerne lo sguardo ancora non pienamente cosciente. Ora toccava a me! Fra un po' il chirurgo che lo aveva operato mi avrebbe visitato, ci sarebbe stata una diagnosi ufficiale, avrebbe deciso il da farsi. L'ansia mi aveva asciugato la gola, non avevo praticamente piu' saliva, mentre le mani erano madide di sudore gelato; intorno gli altri cercavano di rassicurarmi ma le parole arrivavano alle orecchie come ronzii. L'attesa non fu breve e comunque parve lunga un secolo allorchè il dottor F.C., terminato il giro di visite al reparto, venne ad aprire il suo studio.
"Prego, accomodatevi", e varcai quella soglia come se facessi un salto nel buio. "A vostro padre è andato tutto bene, si riprenderà presto". Lo so, pensavo, ma non posso gioire di questo, ora almeno,e domani, che cosa succederà domani? Fu Maria Cristina, la mia carissima amica medico che mi aveva accompagnato per essermi vicino in quel momento molto particolare, ad esordire rompendo il ghiaccio. "Dopo il padre c'è ora la figlia che ha bisogno di aiuto; ha un problema al seno ed è molto angosciata". Presi coraggio e con un filo di voce dissi: "Dottore, aiutatemi, perchè il pensiero stesso di non aver molto davanti a me ,mi sta logorando: ho tanta paura." Non riuscii ad aggiungere altro, mentre gli occhi mi si riempirono di lacrime.

domenica 22 agosto 2010

Come spesso succede alle persone miopi che per mettere a fuoco l'immagine interessata perdono di vista la globalità, così la mia mente, offuscata dalla notizia appena appresa vagava tra mille pensieri, incurante di tutto ciò che succedeva intorno: le immagini le arrivavano come attraverso un filtro in un rassicurante effetto "flou", i suoni venivano percepiti in modo ovattato. In quel momento avrei voluto essere da sola! Ma non potevo. Come un automa attraversai la strada per andare al reparto di chirurgia generale; di lì a poco mio padre sarebbe uscito dalla sala operatoria ed io dovevo e volevo esserci. Trovai nel corridoio tutti gli altri; ci guardammo senza parlare perchè ormai era tutto chiaro. In quel rigido mattino di fine inverno ci sembrava di vivere una situazione surreale, incredibile: due ansie simili, lo stesso male, nello stesso momento!
Mi sedetti in un angolo, con la mia busta in mano: all'improvviso mi sentii piccola, piccola, terribilmente indifesa e con un forte senso di colpa. Non avevo mai fatto prevenzione; tante volte avrei voluto, ma avevo rimandato sempre, forse pensando che così avrei allontanato da me la possibilità di ammalarmi. Ero stata una vera incosciente ed ora ne pagavo le conseguenze ma a quale prezzo?
Un breve squillo del cellulare, un messaggio di Valeria: "Dai, mamma!Ce la faremo!" Negli occhi avevo tanti spilli mentre mi sentivo raggelare. Come avrei potuto affrontare una cosa tanto piu' grande di me, non ne ero assolutamente capace, e forse il mio destino era segnato. Tutto, in un attimo mi sembrò inutile.

venerdì 20 agosto 2010

8 marzo! Strano modo di ricordare la festa della donna: andare a ritirare l'esito di una mammografia con un nodo in gola, le gambe tremanti, e una pressione alle tempie perchè pensi già di conoscerlo.
Quel mattino mi accompagnò mio marito al centro di senologia; nella buona e nella cattiva sorte, no?! Lo avevamo giurato tanti anni prima ed ora , forse, era arrivato il momento. Volle essere con me anche una delle mie sorelle, Marcella, come sempre silenziosa, ma per questo rassicurante. All'accettazione mi consegnarono una grande busta con le lastre e un foglio; se volevo spiegazioni dovevo tornare il giorno dopo per parlare con la dottoressa che mi aveva visitato. Aprii la busta, presi il foglio e...gli occhi caddero subito su una parola che da sola faceva capire tutto: "eteroplasia". In precedenza tante volte pensando ad un'eventualità del genere,mi ero detta: "Se un giorno mi dovesse capitare mai di ricevere la notizia di essere malata incurabile, penso proprio che morirei sul colpo perchè il mio cuore non reggerebbe". Non fu così anche se oltre all'eteroplasia al seno destro si rilevavano all'altro, il sinistro, tre noduli sospetti, per cui si riteneva necessaria una RM.
Ero sgomenta, ma viva; il cuore batteva forte in petto ed io lo sentivo appena. Guardai gli occhi del "compagno della mia vita"e vi lessi lo smarrimento, guardai gli occhi di mia sorella e nelle lacrime trattenute a stento trovai il dolore. Che cosa mi stava succedendo? Che cosa ci stava capitando?

giovedì 19 agosto 2010

"Mamma, allora?" "Non so, ho un nodulo che non ha un bell'aspetto" "Che cosa vuol dire?" "Non lo so, e poi..." Non riuscivo ad aggiungere altro perchè le parole si smorzavano in gola: non era stato detto ancora nulla, ma per me era già tutto chiaro. Lentamente si andava delineando ciò che io sentivo da tempo, mentre la speranza che io mi sbagliassi diventava sempre piu' sottile. Guidando verso casa guardavo solo dritto davanti a me: vista e udito erano una sola cosa con la mente, concentrati su un unico pensiero. Valeria che fino ad allora aveva parlato cercando di rincuorarmi, ad un certo punto restò in silenzio: aveva capito. Pensavo: adesso dovrò dirlo al resto della famiglia, alle mie sorelle, a mio fratello, a mio padre. A mio padre! Come fare a dirlo a mio padre che doveva essere operato proprio lunedi'?! Quanto dolore avrei arrecato non volendo! In quel momento tali pensieri mi facevano soffrire moltissimo e quasi velavano l'ansia che avevo.
A casa trovai mio marito e Francesco, mio figlio, che cercarono già nei miei occhi smarriti una risposta, la trovarono e fu necessario aggiungere solo poche parole: bisognava aspettare lunedi'. Quel sabato non fu come gli altri, come non fu come le altre la domenica che segui'; inutili erano le parole del "compagno della mia vita", tese a confortarmi, incoraggiarmi, con lo sprone di "continuare" la nostra vita, perchè era giusto che fosse cosi', io lo sapevo bene, ma quanto era difficile!
Passò anche la domenica e arrivò quel lunedi'.

lunedì 16 agosto 2010

Era venuta a mancare cinque anni prima, lei, il pilastro della mia vita, il modello di ogni mio agire. Donna forte e coraggiosa aveva vissuto gli ultimi anni percorrendo il calvario della dialisi; aveva accettato questa situazione estrema cucendosela addosso, come un vestito su misura, poi si guardava allo specchio di quel momento della sua esistenza e riusciva persino a piacersi.
Mamma, quanto mi mancavi! In quel momento di ansia e di dubbio però, sentivo forte la sua presenza ed io avrei voluto somigliarle almeno un po' per non deluderla. Tanto per incominciare dovevo calmare quel tremore che mi sentivo dentro, mi dissi, per il resto chissà!
"Al seno destro c'è un nodulo non di bell'aspetto che dovete togliere al piu' presto, al sinistro devo controllare meglio; comunque il referto completo sarà pronto lunedi'". Queste furono le parole alquanto sbrigative con cui mi congedò la dottoressa che mi aveva visitato, probabilmente imbarazzata dal fatto che stava comunicandomi una non bella notizia. La mia mente era in preda alla confusione totale; continuavo a chiedermi la differenza tra un nodulo di bell'aspetto e uno di non bell'aspetto. Un nodulo è un nodulo e basta: non deve esserci! Questa fu la risposta.

domenica 15 agosto 2010

"Basta!"gridai e mi levai dal torpore della paura.
Un'amica ha scritto, riportando una citazione di Emily Dickinson: "Non si è mai all'altezza finchè non si è chiamati ad alzarsi". In quel momento ero stata costretta ad alzarmi ma non ero poi tanto convinta di essere all'altezza di quella situazione che sentivo tanto grave e gravosa per me: non ce l'avrei mai fatta! Che cosa mi aspettava? Il solo pensiero mi arrecava un senso di mancamento e d'altra parte non potevo tornare sui miei passi perchè sarei impazzita, quindi dovevo percorrere proprio solo quella strada...
Con il cuore in gola, la mano sudata presi il telefono, digitai un numero e fu fatta.Grazie all'interessamento di una carissima amica medico riuscii ad ottenere la prenotazione per una mammografia in tempi brevissimi: 36 ore! Un vero miracolo. Come io abbia trascorso quelle ore,è ben immaginabile, in un'alternanza di stati d'animo contrastanti e con un forte conflitto di emozioni. Cosi' quella mattina del 6 marzo, con mia figlia, Valeria, da subito e sempre mia "compagna di viaggio" in questa disavventura, ci avviammo verso il centro di senologia degli Ospedali Riuniti della mia città.
Le gambe mi tremavano quando fu il mio turno per la visita. "Casi di tumore al seno in famiglia?" "No, certo che no", fu la mia risposta, quasi risentita perchè già provavo un latente senso di colpa per l'eventuale familiarità di cui sarei stata causa. Poi l'esame vero e proprio, scrupoloso e attento, troppo scrupoloso e troppo attento nel piu' assoluto silenzio nonostante qualche mia timida domanda. Che cosa mi stava succedendo? Sdraiata su quel lettino, con gli occhi al soffitto, lo sguardo andò oltre, ad un cielo azzurro e il pensiero volò a mia madre che non c'era piu'.

giovedì 12 agosto 2010

Ci sono giorni come questo in cui ti senti piu' "tronco"che mai, vorresti abbandonarti alla corrente, ma poi qualcosa ti ferma e ti ritrovi a pensare al tuo recente passato, a ciò che hai fatto, alle conquiste conseguite e una forza grande ti prende e "tronco" non sei piu'. Torni ad essere un albero ad alto fusto, nel pieno vigore, capace di dare ancora foglie e frutti e quindi continui a...VIVERE. Ritornando ai tempi tristi dell'angoscia, lo spintone decisivo mi fu dato da Qualcuno che certamente conosce di che risorse sia capace l'essere umano quando vuole e ti pone per questo in situazioni da cui non puoi scappare almeno che non sei cieco o sordo nell'animo.
Eravamo ormai arrivati alla seconda metà di febbraio e all'improvviso mio padre cominciò ad accusare una strana debolezza, accompagnata da un pallore che non gli conoscevamo, dato che a memoria nostra era stato sempre fin troppo rubicondo; se a tutto ciò si aggiungevano anche dei mutamenti caratteriali, la cosa diventava veramente preoccupante. Volle sottoporsi a dei controlli e gli fu diagnosticato un adenocarcinoma intestinale per cui doveva essere operato al piu' presto. Ignaro di tutto un mattino mi chiamò dall'ospedale, proprio me ,"la figlia dell'amore", come mi chiama lui, alludendo al fatto che sono la primogenita, per parlarmi,o meglio per comunicarmi ciò che aveva pensato durante la notte quando il sonno stentava ad arrivare. "Alla sua età, 79 anni la vita era bella, ancora piu' bella, e per questo qualunque fosse stata la natura della sua malattia avrebbe lottato fino alla fine,senza paura, ma con il coraggio di un leone ferito".Che dire? A tali parole restai senza parole; mentre piangevo sommessamente potei solo dirgli che in quel momento conoscevo un "babbo" nuovo, mentre in cuor mio pensavo che in quel momento, inconsapevolmente stava dandomi la vita per la seconda volta.

martedì 10 agosto 2010

Questa piccolina di cinque mesi conquistò il mio cuore ma non mi prese la mente. In effetti riportò un po' di gioia in famiglia ed io ripresi a sorridere anche se stentatamente, però erano sempre piu' frequenti i momenti in cui mi isolavo col pensiero mentre la mano, ormai non solo di notte correva su quel"bozzo"a toccarlo, esplorarlo e il cuore era sempre in gola, testimone di una paura crescente. Maledetta paura! Quante volte mi ha fatto sbagliare anche in precedenza, ma ora no, non era il caso: ero consapevole di non dover perder tempo, eppure ero come paralizzata, vedevo la via da seguire, ma non riuscivo a muovermi. Occorreva una spinta. Intanto anche i miei figli notavano che il disagio in cui ero mi opprimeva e alla fine Valeria, la maggiore con la determinazione che è propria del suo carattere e con l'amore che solo un figlio può provare, decise che si era aspettato abbastanza e che bisognava darsi da fare. Intimidita da tanta forza, provando quasi vergogna di me stessa, mi lasciavo trascinare senza volontà e decisione: un tronco su un corso d'acqua in discesa.

domenica 8 agosto 2010


Eppure continuavo a temporeggiare. Di settimana in settimana mi ripetevo: se fino a sabato non è successo nulla, non è sparito, giuro, vado da un medico. A niente servivano l'esortazioni del "compagno della mia vita", io avevo paura che il mio dubbio fosse sciolto da una conferma che inconsciamente sentivo reale e in verità aveva paura anche lui se gli bastava guardare i miei occhi angosciati per arrendersi e assecondarmi: mai tanto complici come in questa occasione! La sera mi addormentavo con la mano sul mio "bozzo", per nasconderlo a me stessa, quasi a voler proteggere quel qualcosa di mio che era contro di me, nella speranza di risvegliarmi al mattino e non trovarlo piu'. Mi svegliavo, invece nel cuore della notte e non prendevo sonno, gli occhi restavano sbarrati nel buio a guardare un futuro quanto mai indefinito. I giorni si susseguivano tutti uguali, indescrivibili ed io diventavo sempre piu' taciturna, estranea persino alla mia famiglia. Per tacitare il dolore causato dalla morte di Betty, questa era la versione ufficiale per tutti, ma in realtà per mettere ancora una volta la testa sotto la sabbia, decisi che avrei preso subito un altro cane. Dopo un'iniziale riluttanza , mio marito mi accontentò per vedermi di nuovo serena, presa da altri pensieri. Fu cosi' che a casa arrivò Beauty.

martedì 3 agosto 2010

I miei familiari attribuivano il cambiamento alla malattia del cane, gli altri, quelli che incontravo quotidianamente avevano forse intuito la verità: un profondo stato di tensione come quello di chi cammina su una fune sospesa nel vuoto. Volutamente evitavo persino di incontrare lo sguardo delle amiche piu' care per non tradirmi e per poter continuare a restare con la sola compagnia dei miei pensieri. Intanto le feste volgevano al termine e alla vigilia dell'Epifania si delineneò un primo epilogo; dopo un insperato miglioramento al mattino, a sera Betty peggiorò. Volle salirmi in grembo dove visse le sue ultime tre ore in agonia; era notte fonda quando spirò. Solo chi ha avuto la fortuna di vivere un rapporto "speciale" con un animale domestico può capire ciò che si prova quando lo si perde: è un filo che si spezza, è come se il cuore battesse a metà. Continuando a tenerla stretta a me per altre due ore mi balenò un pensiero che tante volte aveva velocemente percorso la mia mente. Che cosa mai le sarebbe successo se a me fosse capitato qualcosa; ne sarebbe certamente morta tanto mi era legata, cosi' ora era per me. Cominciai ad individuare uno strano disegno del destino,un parallelismo tra la vicenda del mio cane e quello che mi stava capitando e relizzai con timidezza e timore che forse quel "bozzo" non sarebbe mai passato. Al mattino mentre Betty veniva sepolta al cimitero degli animali, nel mio animo si riesumava prepotentemente il motivo della mia angoscia. Ormai non avevo piu' alibi.

domenica 1 agosto 2010

Fui la prima ad arrivare all'ambulatorio. Non c'era nessuno ad attendere; strano, ma era l'antivigilia di Natale ed altri, forse, avevano altro da fare, io no. Io avevo bisogno di risposte che calmassero la mia ansia crescente. Purtroppo non fu cosi'; quel mattino iniziò un intrecciarsi di situazioni, di eventi che portarono a ciò che sto vivendo tuttora e all'evoluzione del mio essere persona.
Stefania rilevò del liquido nei polmoni di Betty e bisognava eliminarlo al piu' presto, perciò le somministrò del diuretico, sperando che la situazione rientrasse e potesse cosi' iniziare una terapia adeguata. L'esito non fu quello sperato, anzi tutto sembrò mettersi in modo che si precipitasse velocemente potendo fare poco o niente in un'atmosfera che strideva con quella gioiosa, di festa del periodo natalizio. Furono giorni molto brutti; mi dedicavo a Betty e ogni tanto la mia mano sinistra andava a toccare il seno destro, a controllare quello che da un fuso era diventato un bozzo piu' piccolo in verità, ma dai contorni meno definiti e dalla consistenza piu' compatta e callosa. Il livido era scomparso, quindi tra un po' sarei "guarita", pensai. Non so perchè, ma ad un certo punto nella mia mente si era strutturato uno schema: se il mio "bozzo" fosse scomparso Betty sarebbe guarita e di rimando se Betty fosse guarita anche il mio bozzo sarebbe sparito. Questa logica assurda metabolizzata dal mio cervello mi aiutò ad andare avanti in quel periodo, a partecipare nonostante tutto ai tradizionali pranzi di famiglia, allo scambio di regali, di auguri e cosi' via. Ma la mia era una serenità forzata la cui vera natura traspariva ogni volta che mi guardavo allo specchio. I miei lineamenti erano sempre piu' tirati e gli occhi, costantemente lucidi, assumevano un'espressione sempre piu' tra l' incredulo e l' impaurito. Cominciarono ad accorgersene anche gli altri.