settembre

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mercoledì 13 ottobre 2010

Non era ancora mezzogiorno quando mi vennero a chiamare per l'agobiopsia. Rosalba,questo il nome dell'assistente del dottor F. C. mi accompagnò nel suo studio; tutto era pronto per un esame apparentemente, almeno per me, semplice e veloce. Su un tavolo a capo del lettino erano posti gli aghi, una specie di siringa, le provette e il contenitore delle garze, accanto c'era l'apparecchio per l'ecografia. Mi sdraiai a seno nudo e sul fianco destro per esaminare la mammella sinistra; con la guida della sonda il dottore individuò tre noduli, ne segnò i punti precisi sulla pelle col pennarello e poi incominciò l'esame. Un improvviso getto freddo mi fece rabbrividire, colpa dell'anestetico locale che avrebbe dovuto ridurre al minimo il disagio e invece lo era già di per se, poi caricando successivamente la siringa con gli aghi me li " sparò " nel vero senso della parola, due per ciascun nodulo. Al primo colpo sobbalzai. " Vi siete spaventata? " mi chiese il dottore, " Un po' " risposi, ma in realtà mi ero spaventata proprio e avevo sentito anche un bel po' di dolore. Rosalba se ne era accorta e per questo aveva cominciato ad accarezzarmi i capelli per confortarmi e farmi coraggio. Man mano che effettuava i prelievi il dottor F. C. riempiva le provette che sarebbero andate in laboratorio  per la biopsia; finito il seno sinistro passò poi al destro, anche se lì non c'era da sapere niente che non fosse già noto. Tutto l' esame durò un'ora: avevo i fianchi indolenziti e le mammelle che sembravano due puntaspilli. Ma era un altro passo in avanti per la risoluzione. Tornai in camera e mi appoggiai sul letto: quanto ero stanca! E quella strana sensazione di essere un campione da laboratorio e basta, come mi dava fastidio! Poi mi levai, quel giorno sarei scesa giù a mensa a pranzare con " il compagno della mia vita " e sarebbe stato come essere a casa a condividere un pezzo della nostra giornata.

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