giovedì 7 aprile 2011

Mille di questi giorni, anzi duemila... ma quanti anni poi saranno? D'impatto sono rimasta perplessa e non ho saputo rispondere a questa domanda con risposta "automatica". Mille, avrei dovuto dire, sono mille anni, ma inconsciamente riconoscendo l'assurdità di tale risposta, mi sono limitata a "... me ne bastano una quarantina per poter rivivere con la gioia di oggi l'anniversario di un evento che ha fatto rimettere in discussione ogni mia convinzione." Lo avevo detto che l'avrei festeggiato questo 6 aprile e così è stato, in mezzo alla gente che "mi appartiene", i medici, le infermiere, gli altri pazienti. L'anno scorso in questa giornata facevo la mia prima chemio ed ero tanto triste ed impaurita, oggi è tutta un'altra storia, sono sempre allegra e ho lasciato la paura dietro l'uscio chiuso a chiave. Sono tornata sui miei passi e rivivendo le varie tappe con la stessa angoscia e con una speranza crescente, ho rivalutato me stessa e ho visto (ma non ho ancora finito) di quanto sono capace. Finalmente! Per festeggiare ho condiviso con chi "mi appartiene" pizza e pasticcini e non solo perchè di solito si fa così, un po' salato un po' dolce, per me anche questo ha un valore simbolico e il salato è la fatica per riconquistarmi la vita che ho temuto di perdere, e il dolce tutto il sostegno e l'affetto che ho ricevuto e continuo a ricevere. Ed io in cambio voglio centuplicarlo quest'affetto e farlo diventare Amore, quel sentimento contagioso che in breve abbraccia sempre di più e ti fa sentire tutt'uno con chi ti si avvicina, si siede al tuo fianco, ti chiede come stai e poi ti racconta la sua storia perchè non ne può più di tenersela dentro e sente che di te si può fidare. Ora ogni giorno per me è davvero un dono, non so se meritato o meno, forse sono stata solo molto fortunata, ma credo fortemente che questo tempo non sia da sprecare, come "talento" da impiegare, va dedicato ad altri con tutta l'energia possibile e la piena fiducia nella bontà dell'intento. Io voglio crederci, ci credo.
"Mary, questo è per te. Auguri!" E mi è stato dato un sacchetto e all'interno vi ho trovato un coniglietto di peluche con un fiore che sorride... teneramente, il coniglietto... "il fiore è quello che porti tu qui ogni giorno." Grazie, con il sorriso ed una lacrima.

mercoledì 6 aprile 2011

Dopo "l'impresa" del pigiama mi sentii così stanca che mi appisolai. Il sonno era leggero e non m'impediva di sentire il tramestio nel corridoio; un'altra giornata aveva inizio, cambio di turno, prelievi, i primi pazienti mattinieri che si sgranchivano le gambe ed arrivavano fin lì, in fondo dov'era la mia stanza. Qualcuno dava anche una sbirciata insistente perchè nonostante non sia più un fatto raro una donna cui è stata tolta una mammella desta sempre curiosità. Poi le voci degli allievi che andavano a cambiarsi nella stanza di fronte, voci allegre che si alternavano a delle vere e proprie risate, aprii gli occhi e vidi passare i ragazzi che mi avevano "accolto" il giorno prima; guardarono all'interno e mi sorrisero, li salutai con un cenno di mano. "Buongiorno alla migliore paziente del mondo! Come va?" Dacia, la più allegra allieva dell'ospedale, mi salutò con un entusiasmo e una cordialità che mi sarebbero diventati presto familiari. "Bene. Va molto meglio" e le mandai un bacio sulla punta delle dita. Luigia, intanto si era alzata e dopo esser venuta fuori dal bagno, " Maria, come vi sentite? Avete riposato stanotte?" Penso che difficilmente potrò dimenticare la dolcezza di questa mia compagna di stanza;  il giorno prima, quando c'eravamo conosciute le avevo detto che se le faceva piacere potevamo darci anche del tu e aveva acconsentito volentieri, "Certo, signora Maria, mi fa molto piacere." Ma poi aveva continuato... signora Maria  tu... Maria voi... signora tu e così via,  impappinandosi e arrossendo, poichè era frenata da una sorta di rispetto per la differenza d'età. Alla fine era arrivata ad un compromesso tutto sommato accettabile e rivolgendosi a me con il nome di battesimo e il pronome personale di seconda persona plurale, finalmente era diventata più sciolta ed anche più affettuosa. "Va bene così, Luigia, non ti preoccupare, l'importante è capirsi e volersi bene." Allora aveva sorriso, "Maria, siete una persona speciale."
 No, non mi sento speciale, non lo sono. E poi che cosa vuol dire? Speciale è qualcuno o qualcosa che è al di fuori, al di sopra e si distingue per le sue caratteristiche. Niente di tutto ciò mi riguarda. Amo le persone e riesco a giustificare dal momento che sono costretta a guardarmi dentro e vedere a mia volta quanto c'è di me da giustificare.

lunedì 4 aprile 2011

Che è successo qualcosa lo ricorda solo la mia memoria e lo sente la mia anima, e a quel simpatico signore che stamattina andando via dal reparto mi ha augurato, "Buona guarigione!" risponderei, "Sono già guarita, grazie, sono guarita dentro, nel carattere e nello spirito." Che poi è la vera guarigione, quella che conta, dal momento che si può anche guarire dal cancro ma non si ottiene certo il privilegio dell'immunità a vita o addirittura dell'immortalità. Potrei risultare monotona perchè lo dico sempre, ma è più che altro per ripeterlo a me stessa, la ricetta, la medicina è una sola, vedere il bicchiere mezzo pieno e cercare di ogni cosa il lato positivo, il che può riservare davvero grandi soddisfazioni a dispetto di ogni apparenza. Perchè udire al telefono, "Ti ho chiamato perchè avevo bisogno di sentirti," a me fa immenso piacere, e quando questo si ripete più volte e con persone diverse, mi fa capire che finora avevo sprecato la mia esistenza e che devo "ringraziare"(sarà pure un'eresia, ma è così) la malattia per avermi fatto scoprire un potenziale del tutto sconosciuto. Non avevo grossi problemi, non mi mancava niente eppure il mio volto non è mai stato sereno come adesso, forse perchè inappagata dalla non completa realizzazione di me stessa, per come ero veramente. Così per quel senso di vuoto drammatizzavo ogni cosa, la febbre dei miei bambini mi dava l'ansia da togliere il respiro, un raffreddore era vissuto come una polmonite e, che dire... me ne vergogno un po'... anche una messinpiega non perfetta riusciva a togliermi il sonno. E pensare che i capelli poi li avrei persi tutti! Oggi vivo giorno per giorno quello che di bello la vita mi dà, il cielo sereno dopo le nuvole, la primavera dopo l'inverno, il sorriso degli altri "come me" dopo aver tanto pianto, dopo aver riconquistato la speranza che mai si perde, comunque sia, comunque vada.
Dopo il buio torna la luce e con la luce si riprende il cammino sicuri di arrivare.
La notte trascorse, Marcella andò via verso le sette per andare al lavoro ed io ero lì nel letto, ancora a torso nudo sotto il lenzuolo, in compenso però avevo in testa il mio cappellino blu. Passò dalla mia stanza il dottor C. prima di entrare in sala operatoria e mi fece un largo sorriso, "Ma sai che sei proprio buffa?(alternava il voi con il tu passando dal tono professionale a quello confidenziale) Le spalle nude e il cappello in testa! Toglitelo 'sto  berretto!" Ed io parafrasando un noto spot, "No, no dottore! Toglietemi tutto ma non il mio ... cappello." Il dottore andò via ridendo questa volta,e subito dopo entrò Pina, l'infermiera, per aiutarmi ad indossare il pigiama. "Quale prendiamo?" "Sul ripiano dell'armadio c'è uno a rose blu. Prendi quello." Era il mio preferito e tra l'altro s'intonava perfettamente con il cappellino. Il pantalone fu facile da indossare perchè le gambe non avevano impedimenti, ma quando si arrivò alla casacca furono dolori; il braccio destro faceva un male! Avendo subito lo scavamento ascellare non potevo sollevarlo dal lenzuolo più di una spanna, figurarsi infilare la manica. Al momento mi sembrò un'impresa titanica e avrei preferito rimandare la cosa, ma Pina esclamò con autorità, "No, bella! Tu il braccio lo devi muovere e anche in fretta, se non lo fai subito non ci riuscirai più." Come, non ci riuscirai più?!, che voleva dire, non avrei potuto più usarlo normalmente? Il braccio destro, poi... non poteva essere! Non ero mica mancina o ambidestra. Stringendo i denti e con sudore freddo assecondai i suoi movimenti e alla fine anche la casacca fu indossata. Oggi ricordando quell'episodio, solo uno dei tanti che hanno segnato la mia ripresa fisica, lenta ma tutto sommato neanche troppo difficile, mi sembra ancor più bello riuscire a mettere le stoviglie nello scolapiatti e persino lavare i vetri, e tutto nella completa normalità, senza il minimo sforzo, come se niente fosse mai successo.

domenica 3 aprile 2011

Dovevo assolutamente tenere gli occhi aperti e parlare, sì parlare per tornare alla piena coscienza. Sapevo che se fossi riuscita a non riaddormentarmi nelle prime ore dopo l'intervento, mi sarei ripresa prima e per questo facevo l'appello dei miei familiari chiamandoli uno per uno e non smettevo di far domande; in seguito il mio risveglio sarebbe stato definito perciò "molto collaborativo." Tuttavia ero dolente, il dolore che opprimeva il petto era insopportabile mentre un caldo soffocante soppiantò l'anomalo freddo di poco prima; quasi mi strappai di dosso la pesante coperta e andò un po' meglio anche se continuavo a... respirare con fatica ed avevo le labbra screpolate.  Passerà, pensavo, devo solo stare calma e lasciare che tutto vada come deve. Voglio alzarmi presto però, lasciare questo letto che deve servirmi solo per dormire, riprendermi e soprattutto non devo dimenticare di continuare a...sorridere. E l'ho fatto... con il dolore... la spossatezza... il timore di non riuscire... l'ho fatto ugualmente, e chi venne a farmi visita quel giorno, spontaneamente si ritrovò a dire, "Non sembra affatto che hai subito un intervento." Marcella, mia sorella, volle starmi accanto quella prima notte, anche se io non avrei voluto, capivo che era spinta dall'affetto però detestavo sconvolgere la vita altrui, soprattutto perchè non c'era un effettivo bisogno, distesa nel letto avrei forse un po' riposato, pensato tanto, ringraziato Dio immensamente. Cominciarono ad andare lente le lunghe ore della notte... alla mia sinistra dormiva Luigia, alla mia destra su una sdraio era Marcella. Con gli occhi spalancati nel buio ripercorrevo il recente passato, tanto era stato fatto, chissà quanto era da fare. Supina, non potevo muovermi e i dolori di quel momento a tratti mi toglievano la speranza, ma si sa, le ombre della notte sono sempre più lunghe e scure e solo alla luce dell'alba scompaiono lasciando un labile ricordo.

sabato 2 aprile 2011

Cinque bustine di caramelle, una per ogni nipotino di nonna Mimma. "Madò, vi'... tien sempre il pensiero." Quando vado in reparto mi piace portare qualcosa alle persone che incontro, molte volte non so neanche chi troverò, ma non importa perchè ciò che porto insieme al mio cuore va bene sempre per tutti. Chi riceve in quel momento si sente pensato, coccolato ed amato in modo particolare quasi esclusivo e reagisce positivamente, minimo con un sorriso. "E l'hai portate proprio a me? Come facevi a sapere che ho cinque nipoti?" "Boh!" avrei risposto, ma poi me ne sono uscita con "Non so, mi è venuto di chiedere cinque bustine, così a caso." In questo modo Domenica, per i suoi nipotini nonna Mimma, si è sentita accolta in un grande abbraccio che l'ha confortata e nello stesso tempo un po' sgravata da quel grande e doloroso impegno che è assistere suo marito Mario, affetto da più tumori al fegato, dipendente quasi totalmente da lei. E' una donna straordinariamente solare, sempre allegra che riesce comunque a bilanciare non senza difficoltà, il crescente stato depressivo del marito. "E noi, noi che ti dobbiamo dare?" "Niente, Mario! Non devi piangere più, devi darmi solo un sorriso." Mario per ringraziarmi, per ricambiare il dono allora mi ha davvero sorriso e per qualche istante non è stato malato nè per se stesso nè per noi che stavamo a guardarlo. E torna sempre in mente quella frase che ho sentito ripetermi tante volte e che tante volte ho ripetuto a me stessa per poter continuare ad... andare avanti, "è tutta questione di testa." Anche quando la situazione è la più drammatica infatti non abbattersi, restare in piedi ben saldi serve a portarsi come in un'oasi nel deserto dove si trova ristoro per continuare a... vivere con dignità e rispetto di se stessi. Ed è sempre questione di testa grazie alla quale Antonietta riuscirebbe a convincersi che tagliare i capelli prima che cadano può essere solo un bene per lei, una strategia in più per combattere senza soccombere alla depressione: resistere all'inevitabile, è nella parola stessa, un atteggiamento inutile, aggirare l'ostacolo invece, serve a coglierlo di sorpresa e superarlo.

venerdì 1 aprile 2011

"Dillo tu alla signora perchè se mai lo dico io posso anche non essere creduto. E' vero che hai perso tutti i capelli? E ora, signora, vedete a meno di un anno che capelli sono venuti fuori ed ha fatto la stessa terapia che farete voi!" Un'altra storia, un altro percorso che oggi ha avuto inizio e la protagonista è una donna di 46 anni, dallo sguardo smarrito e con un sorriso stretto sulle labbra. "Ciao, come ti chiami?" "Carmela." E poi ha cominciato a parlare, a fare domande perchè sapeva di essere capita, che di me poteva fidarsi. Noi , incappati nel cancro, ci capiamo subito, al volo solo guardandoci negli occhi e non occorre parlare; scatta poi immediatamente un meccanismo di difesa che porta a proteggersi l'uno con l'altro, un mondo a parte che riesce ad integrarsi con l'altro proprio perchè acquista una sua autonomia e va da sè come vita parallela. "A me quello che secca non è tanto fare la terapia, sopportare qualche disturbo, ma è il fatto di perdere i capelli, mi scoccia proprio." "Hai ragione, anche per me era lo stesso, ma poi è sì arrivato quel momento ma è anche passato come puoi ben vedere, poi, dai ci sono le parrucche! Anzi quando ci vedremo la prossima volta ti porterò le mie, ne ho una che ti starebbe benissimo." "Dici che di questa terapia allora mi posso fidare e come ti senti appena la fai?" Le ho risposto come mi era stato detto tante volte, "E' tutta questione di testa! Se riuscirai a pensare che ogni volta sono bastonate per il tuo tumore, quello che puoi provare tu sarà non dico impercettibile ma quasi, per questo non c'è una reazione uguale per tutti, è una questione di testa e basta." E' arrivata Grazia, "Scusate... signora venite, vi prendo il peso e l'altezza e poi tornate qui, a parlare con Maria." Intanto in fondo al corridoio, dallo studio medico arrivavano insieme con Dora, il marito e la madre di Carmela, il primo con gli occhi più che lucidi, la seconda con un atteggiamento ostentatamente sereno, troppo di chi deve esserlo per forza perchè deve darla la forza. "E perchè stai tu così ora? Io cerco di farmi coraggio e tu che fai?" Ma come poter dar torto a quell'uomo? Ho riconosciuto nell'impaccio dei movimenti, nel modo di stringere tra le mani alcuni fogli, dalla tensione del volto l'atteggiamento del compagno della mia  vita quell'8 marzo di un anno fa.