Continuo a... vivere ricordando ciò che è stato dall'inizio della malattia e tutto quello che mi ha insegnato e ancora mi insegna. Quando vivi un'esperienza simile e la superi con l'aiuto dei medici e la forza che hai dentro niente più ti può spaventare; ti viene fuori un'energia, un entusiasmo tale che tutto intorno a te è positività. Le difficoltà non ti sembrano più tali, i dissapori tutti superabili, i contrattempi giusti interventi perchè le cose vadano meglio. In ogni occasione sei subito pronta a mettere un punto e tornare a capo, perchè a tutto c'è una soluzione e si può sempre ricominciare con rinnovata volontà.
Tre giorni fa mia figlia è partita; ero triste, sentivo un vuoto, un freddo dentro. Ho preferito restare in silenzio per poter metabolizzare questo mutamento di una mia certezza, poi l'ho sentita più volte al telefono, gioiosa come non mai e mi son detta: "Ho la mia vita che mi sto riconquistando, la voglio tutta nuova, tanti progetti, tanta voglia di fare. Basta! Guardo avanti e rimescolo tutto cominciando dalle piccole cose anche le più banali." Ho svuotato un portariviste quasi dimenticato che conteneva giornali con il prezzo ancora in lire, (mamma mia, che trascuratezza! ) e vi ho messo le riviste di questa settimana; ho ripulito una mensola in cucina, gettando nella pattumiera ninnoli scheggiati dalla vita trentennale, e poi mi è venuta la voglia di cambiare posizione ai mobili di casa, fatto questo che per alcuni può sembrare piccola cosa, ma nel mio caso costituisce un'autentica rivoluzione perchè sono sempre stata una metodica che veniva destabilizzata dall'abbinamento sbagliato di una coppia di asciugamani e dal cambio dell'ordine di una pila di giornali. Beh,devo dire proprio che qualcosa sta davvero cambiando in me a poco a poco, me ne accorgo ogni giorno che passa, me lo ha detto stamattina anche l'uomo della mia vita:
"Però come sei cambiata in pochi mesi, sei diversa, più serena con gli occhi brillanti, più bella". Grazie, amore mio.
domenica 31 ottobre 2010
sabato 30 ottobre 2010
Dopo una settimana avrei dovuto essere chiamata per conoscere l'esito dell'agobiopsia; ormai erano passati due giorni e questo non era avvenuto. Era la Domenica delle Palme, decisi di farmi vedere in reparto il giorno dopo, lunedì. Avrei iniziato così la settimana santa, settimana di passione e avevo anch'io la mia croce. L'ascolto del Vangelo di quella giornata mi coinvolse molto emotivamente, Cristo aveva patito per il bene dell'umanità, aveva subito percosse, umiliazioni,e tanto altro non per scontare una propria colpa ma per redimere gli altri uomini, perchè uomo lo era anche lui. Dio Padre lo aveva mandato a questo scopo e Lui aveva adempiuto al suo compito per amore e con infinito amore. Che fosse valsa la pena, questo poi lo giudicherà ognuno secondo la propria sensibilità, cultura, capacità di riflessione, per Cristo sì, era valsa la pena e lo sarebbe stato anche per un solo uomo, come si evince dalla parabola della pecorella smarrita. A questo punto mi viene spontaneo fare un parallelismo, non che mi voglia paragonare a Gesù, ma anch'io tante volte in questa occasione ho pensato di poter offrire le mie sofferenze a Dio perchè sempre meno donne incappassero in questo "incidente di percorso". E anche, come Cristo aveva chiesto in un momento di debolezza che fosse allontanato da Lui quel calice, così anch'io avrei voluto scappare da quella realtà perchè troppo dura e scomoda. Era strano come la domenica io sentissi maggiormente il peso del fardello; la mia condizione strideva con il clima di festa e di conseguenza cambiava anche il mio stato d'animo,stabile negli altri giorni della settimana. Che Dio mi aiutasse, altrimenti non sarei mai stata capace di andare avanti.
venerdì 29 ottobre 2010
"Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive,sono scoccati in avanti." Qualcuno l'ha scritto, oggi io l'ho imparato. Stamattina Valeria, mia figlia è partita, ma non per uno dei suoi soliti viaggi, è partita per non tornare, tornerà quando vorrà e se potrà. E' andata via per poter realizzare i suoi sogni, lavorare, affermarsi, essere indipendente; avrebbe dovuto farlo già da tempo perchè in cinque anni dalla laurea si era cimentata in ogni tipo di lavoro senza ricevere alcuna certezza, poi quest'ultimo anno la mia malattia l'aveva bloccata del tutto ed ora era stanca, stanca delle poche cose insoddisfacenti che aveva fatto, stanca di non poter fare neanche quelle. Ha detto basta con determinazione, e con coraggio ha posto fine al tempo che vedeva scorrere lento e improduttivo.Chi è madre sa bene cosa si prova in queste situazioni, sono momenti critici, di scelte definitive e si teme di sbagliare; certo è che all'improvviso ti vedi la casa vuota e vorresti poter tornare indietro nel tempo, a quando avevi i figli piccoli e ti illudevi che sarebbe stato sempre così. Ma indietro non si può tornare e non si può guardare neanche troppo avanti perchè la vita dei nostri figli è solo loro e loro soli sono gli artefici della vita stessa. Oggi lei è partita ed io sono stata molto triste; alla stazione i suoi occhi brillavano di entusiasmo per la scoperta di questa nuova realtà, i miei erano lucidi di lacrime tenute a freno. No, non si può esser tristi e piangere quando un figlio è felice, è una cosa contro natura, si gioisce con lui mettendo da parte il proprio egoismo e si depone per sempre il ruolo di chioccia. "Mamma, dai non ti preoccupare", mi ha detto poco prima di salire sul treno, accarezzandomi "la parrucca" e dandomi un bacio. Era giusto così e son tornata indietro ma con il magone.
A conclusione di questo mio sfogo carico d'emozione, voglio riportare questo testo su cui qualunque madre potrà riflettere e imparare tanto.
I Figli
I figli non sono i vostri figli.
Essi sono i figli e le figlie della vita che brama se stessa.
Vengono per mezzo di voi ma non da voi,
e benchè essi siano con voi comunque non vi appartengono.
Potrete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
poichè essi hanno i loro pensieri.
Potrete ospitare i loro corpi ma non le loro anime,
perchè le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potrete visitare,
neppure nei vostri sogni.
Potete tentare di essere simili a loro,
ma non farli simili a voi.
La vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive,
sono scoccati in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e vi tende con forza
affinchè le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere,
poichè come ama il volo della freccia,
così ama la fermezza dell'arco.
da: "Il Profeta" di Gibran Kalil Gibran
A conclusione di questo mio sfogo carico d'emozione, voglio riportare questo testo su cui qualunque madre potrà riflettere e imparare tanto.
I figli non sono i vostri figli.
Essi sono i figli e le figlie della vita che brama se stessa.
e benchè essi siano con voi comunque non vi appartengono.
Potrete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
poichè essi hanno i loro pensieri.
Potrete ospitare i loro corpi ma non le loro anime,
perchè le loro anime abitano la casa del domani,
che voi non potrete visitare,
neppure nei vostri sogni.
Potete tentare di essere simili a loro,
ma non farli simili a voi.
La vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive,
sono scoccati in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e vi tende con forza
affinchè le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere,
poichè come ama il volo della freccia,
così ama la fermezza dell'arco.
da: "Il Profeta" di Gibran Kalil Gibran
giovedì 28 ottobre 2010
Nei giorni che seguirono la domenica stetti nel limbo di un'attesa, pregando e sperando. Dall'esito dell'agobiopsia si sarebbe stabilita la mia sorte per i mesi a venire e anche il tipo d'intervento che avrei dovuto affrontare. Col pensiero avrei voluto vivere i giorni futuri per poter vedere che cosa sarebbe accaduto, arrivare alla fine di quel lungo percorso che non avevo ancora iniziato e finalmente respirare. Un anno prima, proprio di quei giorni piangevo perchè Valeria stava per partire alla volta del Messico; che stupidaggine! E quante lacrime sprecate! Quando sentivo perdere il controllo della situazione mi piegavo su me stessa schiacciata dal vittimismo più ostinato. Mi rendevo conto di sbagliare, eppure andavo avanti col piangermi addosso finchè non mi sentivo un po' meglio: l'autocommiserazione era diventata la mia valvola di sfogo e tormento per quelli che vivevano con me. Anche allora, con l'avvento della malattia, a tratti mi sentivo come se fossi stata l'unica a dover affrontare quel problema. Certo che non era così! Avrei dovuto ripetermelo più volte altrimenti avrei vissuto male e con me le persone che condividendo la mia difficoltà, fatalmente si trovavano a soffrirne. Del resto lo sapevo bene che nello stesso momento tante donne pativano come me per lo stesso motivo ed io non dovevo abbattermi, dovevo continuare a... lottare per vincere. A tale scopo non mi ero chiusa in me stessa, avevo confidato la mia pena a tutti, amici, vicini di casa, semplici conoscenti. La solidarietà della gente la sentivo anche quando semplicemente andavo a fare la spesa, perchè la mia amica Sandra, sapendo tutto, mi dava la frutta migliore e la verdura più fresca, e Agostino, il mio macellaio, mi teneva da parte il taglio di carne di prima qualità. E tutte le mie amiche del quartiere? Era un continuo incoraggiarmi da parte loro, senza pietismi ma con parole serene. Così condividendo il mio male con gli altri mi sentivo coccolata, meno sola, meno sfortunata. Quindi non c'era più posto per alcuna forma di vittimismo, sarei cambiata cominciando col considerare il tumore solo un ostacolo che avevo trovato lungo il percorso della mia vita.
mercoledì 27 ottobre 2010
Ed era quello che io desideravo, una strada da percorrere finalmente senza intoppi che mi portasse verso la guarigione, a vivere di nuovo in serenità con la mia famiglia. Ed intanto era arrivata un'altra domenica; da due giorni ero a casa, ma mentre il giorno prima mi ero mostrata allegra, euforica, presa da una sorta di eccitazione per non so che cosa e comunque contenta per aver fatto qualche passo in avanti, quella mattina non era così. Mi aveva svegliato un respiro profondo, quasi un dolore e una fitta pungente che mi attraversava a sinistra si trasformò in una fitta di tristezza latente. Mi muovevo per casa e quella sensazione mi accompagnava costantemente, ma io volevo sentirmi meglio perchè avevo bisogno di tanta forza per affrontare tutto. Un po' mi rasserenai all'ascolto della pagina del Vangelo in quella V domenica di Quaresima; si trattava della Resurrezione di Lazzaro e mi diede da pensare. Non ci si può rialzare senza esser caduti prima, non si può tornare a vivere se non si è preso conoscenza della morte. Pensai a quanto facilmente io passassi da uno stato d'animo a un altro completamente contrastante; era quello un momento di transizione e quindi di crescita forte per me. Con la presa di coscienza della malattia ero caduta, arrancavo per rialzarmi, lo volevo tanto e ci sarei riuscita. Consapevole di quanto la mia vita prima avesse avuto poco senso, perchè sempre presa da problematiche assurde ed inutili, morivo a me stessa per risorgere a nuova vita una volta che fossi guarita.
Andammo a pranzo fuori, diciamo così, per festeggiare e mi sentii rituffata nel mondo, quasi frastornata dal brusio della gente "normale" che parlava di cose "normali", quasi stordita per gli svariati profumi non avvertiti per qualche tempo, quasi accecata dalla luce un po' smorzata da un cielo cupo che segnava una pausa in quella primavera appena iniziata.
Andammo a pranzo fuori, diciamo così, per festeggiare e mi sentii rituffata nel mondo, quasi frastornata dal brusio della gente "normale" che parlava di cose "normali", quasi stordita per gli svariati profumi non avvertiti per qualche tempo, quasi accecata dalla luce un po' smorzata da un cielo cupo che segnava una pausa in quella primavera appena iniziata.
martedì 26 ottobre 2010
" Tutto bene, signora? Bentornata! " Così mi accolse Massimo quella sera, mentre con mio marito entravamo nella sua pizzeria come ogni sabato. L'ultima volta era stata due settimane prima, il giorno della mammografia quando ormai si era definita anche se non ufficialmente la mia malattia. Era stata quella una serata molto triste in cui c'eravamo imposti di far finta di niente, ma ogni boccone era stato amaro e buttato giù a forza. Ora era diverso, anche se la situazione non era cambiata gli animi erano sereni in attesa di una risoluzione e perciò ci sentivamo più propensi a stare tra la gente, a scambiare qualche battuta, a mangiare una buona pizza. E quella volta fu davvero tanto buona. A tarda sera rientrammo e dopo aver spento come al solito le luci di casa subito a letto, con la mente volta indietro al giorno appena trascorso e il cuore speranzoso di bei sogni. Proprio così! Era da tanto che non sognavo più perchè l'ansia aveva fatto scendere un velo scuro sulla mia anima, lasciando solo un piccolo spiraglio attraverso il quale la luce stentava a passare. Quella notte un po' di luce filtrò e a me venne in sogno mia madre. Era in una casa di montagna tipo baita, tutta di legno; all'interno più stanze intercomunicanti. Io entravo e in fondo intravedevo una luce molto intensa e poi lei che mi veniva incontro. Avrei voluto abbracciarla ma non ci riuscivo; le dicevo di essere felice perchè ora saremmo state sempre insieme e lei ancora, scuotendo la testa sosteneva che quel posto non era per me e che dovevo tornare a casa. Ci rimanevo male, come se mi avesse rifiutato, ma poi mi convincevo e prendevo una strada tutta in discesa che andava giù, e senza ostacoli portava alla mia casa.
lunedì 25 ottobre 2010
Eccoci di ritorno a quel sabato pomeriggio del mese di marzo. Tornai in ospedale in veste di visitatrice; andavo da mamma Ripalta, glielo avevo promesso e poi ne avevo tanto piacere. Quando mi vide sulla soglia esclamò: " Ecc' a Maria! T'aspettavo, sapevo che venivi. Quanto sei bella coi capelli fatti." " Eh, sì! Ancora per poco però. Con la chemio, addio capelli" " Eh, vabbè! Tu sempre ai capelli pensi. Tanto poi ricrescono, e pure di più. Mò, siediti qua e parliamo un poco. " Dalla borsa sfilai un pacchettino: un piccolo dono per lei. Lo aprì con l'ansia gioiosa di una bimba. " Perchè ti sei disturbata? Non c'era certo di bisogno." Ma fu contenta quando si ritrovò tra le mani una sveglia " con la luce ", come la chiamava lei, s'era innamorata della mia che avevo sul comodino e ne decantava continuamente la bellezza e l'utilità. Poi mi prese sottobraccio per passeggiare nel corridoio. " Lo sai, qua non si capisce da dove viene la mia anemia. La dottoressa D. dice che forse è un fatto di sangue: ho paura di avere la leucemia. Comunque mi vogliono fare anche la gastroscopia; e che esame tremendo è anche quello!" " Dai, vedrai che andrà tutto bene! Devi andare al matrimonio di Silvia." "E vabbè, a me non importa morire perchè c'ho l'età, però mi dispiace dei figli." Dicendo così gli occhi le si riempirono di lacrime. Ed era proprio così: quando si sta tanto male non è a se stessi che si pensa, ma alle persone che sono vicine, si ha paura di farle soffrire, di essere loro di peso e prende un profondo senso di colpa. Come animali feriti ci si vorrebbe nascondere perchè tutto si compia senza che altri ne siano a conoscenza, tutto tranquillamente, tutto naturalmente.
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