novembre

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giovedì 9 settembre 2010

Non si può immaginare quanto bene faccia parlarsi in determinate situazioni e di rimando quanto danno arrechino le parole non dette creando un disagio fatto di incomprensioni e di incompatibilità. Se il dialogo e la condivisione di emozioni e stati d'animo fossero vissuti in modo normale e spontaneo, certamente i rapporti familiari, interpersonali e sociali sarebbero migliori.
Così trascorsi la mia prima mattina in ospedale, parlando con mio padre e facendo affiorare nella nostra memoria ricordi che entrambi pensavamo dimenticati. Era ormai quasi ora di pranzo quando tornai nella mia stanza; entrando notai con piacere che non sarei stata più da sola. Sul letto difronte al mio era seduta un'anziana signora, piccola, pallida, dall'aspetto molto dolce e dai colori luminosi. Era stata accompagnata dalla figlia e dal genero che, visibilmente preoccupati si trattenevano ancora un po' per farle compagnia. "Buongiorno",dissi entrando, poi mi presentai cercando con un sorriso di entrare in sintonia con loro. La cosa riuscì perfettamente e in breve ci ritrovammo a parlare di noi, delle nostre malattie e dei nostri timori. Ripalta, questo era il nome della mia compagna, aveva un aspetto estremamente rassicurante, uno sguardo sereno e nel modo di porgersi mi ricordava tanto la mamma, la mia mamma che in quel momento avrei voluto avere accanto. Ah, se avesse potuto essere lì! Mi sarei sentita protetta, custodita dal suo amore, confortata dalla sua comprensione. Ma lei non c'era, almeno fisicamente non poteva esserci, di questo ne soffrivo ma la ragione mi diceva che forse era stato meglio così.

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