giovedì 6 aprile 2017

LA COPERTINA DI UN LIBRO MAI SCRITTO



Quarto appuntamento con il corso per volontari. Approfondimento degli aspetti psicologici del paziente e della famiglia.
Confrontarsi con la sofferenza è dura cosa per ogni medico, lo è a tutti i livelli e per ogni tipo di patologia, ma è chiaro che lo è ancora di più per una malattia che nel terzo millennio ancora terrorizza. Il cancro fa paura per la durata, le cure, ma soprattutto per l'esito incerto.
Già il medico di famiglia che sempre più spesso è colui che avanza l'ipotesi di una diagnosi drammatica, deve fare i conti con la comunicazione personalizzata, e le giuste modalità che considerino la diversità individuale. Seguire la "persona" e non solo curare il "malato". Si tratta di trasmettere notizie che alterano drammaticamente e negativamente le prospettive future, quindi necessitano di un luogo adeguato e un clima di accoglienza e protezione. Che non ci si senta improvvisamente "stigmatizzati", e per questo avulsi dalla realtà di sempre e catapultati in un'altra che appare "non propria". Si potrà valutare il grado di impatto della malattia su di un paziente solo se la si inserisce nel contesto della sua vita. Bisognerà entrare nell'animo e nella psiche di Chi è di fronte a rapportarsi con qualcosa che non avrebbe mai pensato, in punta di piedi, cercando di capire quanto di quella situazione egli sia in grado di comprendere, e quale sia lo stile di parole. Poi vorrà davvero essere informato di tutto, compresi i dettagli? O solo di una parte... o addirittura nulla? Comunque un referente dovrà pure esserci.
L'approccio con la malattia è sempre traumatico, tendenzialmente offusca la lucidità, in un attimo è come se ci si trovasse davanti un grosso tronco o una frana, che impedisce il proseguimento del percorso abituale. A questo punto il medico cercherà di riportare l'equilibrio identificando le risposte del paziente. Ma... mi chiedo, ed è un'opinione del tutto personale... è opportuno che sia Lui, il medico a fare tante domande riguardanti lo stato d'animo del momento, aspettando e valutando le risposte, o non sarebbe meglio che ascoltasse, osservasse l'inevitabile reazione, cercando di leggere tra le righe?...
(continua...)

martedì 4 aprile 2017

COME AIUTARSI? (sull'onda delle emozioni)


Ultimo incontro del GAMA prima delle festività pasquali, all'insegna dell'Accettazione e dell'Apertura. Doveva essere occasione di approfondimento della tecnica ACT nella relazione di cura, si è alla fine risolto con l'opportunità per alcuni di Noi, ma comunque con il coinvolgimento totale di Tutti, di mettersi a nudo completamente. Sofferenze, problematiche, difficoltà e strategie riguardanti la patologia che tra le tante ancora spaventa di più.
Già, purtroppo non c'è nulla da fare, il Cancro... solo nel pronunciarne il termine... evoca morte e perdita di speranza, quindi... grande paura. Dal momento della diagnosi, si fissano nella mente tre parole. IO SONO MALATO (fusione cognitiva). E ci si identifica con la malattia e le sue conseguenze. Ovvero, sentirsi orrendo e penalizzato a tal punto da non vivere pienamente e non mettere in atto ciò che si desidera. E' chiaro che, in assenza di grave sofferenza fisica, non è la malattia ad essere di ostacolo bensì il soggetto stesso che amplifica sensazioni ed emozioni, spingendosi oltre il momento che vive.
Tutto questo quando la malattia è presente, in atto nella Nostra vita. Quando invece solo l'idea lambisce la mente, oppure è diventata parte di un passato impossibile da dimenticare, con il pensiero ricorrente di un eventuale ritorno, proviamo mai ad immaginare il Nostro atteggiamento nella condizione di massima fragilità fisica e psicologica?
Questa la domanda che ci è stata posta dallo psiconcologo. E da quel momento in poi si è accesa la "discussione", sfociata poi in un "outing" dopo l'altro, col racconto di storie ed esperienze che evidenziano nella diversità degli atteggiamenti e delle reazioni, l'unico punto in comune. La tendenza a superare in ogni modo e con qualsiasi strategia i momenti più critici.
Qualcuno ha affermato che l'"allenamento" a pensare se stesso nel dolore non poteva essere valido e nemmeno comprensibile, al massimo sarebbe stato di "conforto" pensando ad altri in condizioni peggiori. Altri hanno espresso la volontà di dimenticare il peggio vissuto e non pensare all'eventualità futura, ma ringraziare per l'identità ritrovata. Un paziente ha sottolineato le Sue difficoltà oggettive nella quotidianità a causa di una mutilazione, su cui impossibile sorvolare perché evidente.
E poi ci sono stati altri interventi, compreso il mio, perché certi stati d'animo, anche a distanza di tempo e in particolari condizioni, riacquistano l'immediatezza di una ferita in fondo sempre aperta.
Quello che però ha colpito di più è stata la testimonianza di una persona che dopo quasi cinque anni non aveva messo in conto la possibilità di un ritorno della malattia. L'ha scoperto per caso, e non voleva crederci. Se ci sono state altrui responsabilità precise per superficialità o quant'altro non si può dire, né servirebbe saperlo a questo punto. Ciò che serve è non disperdere le energie indispensabili per "focalizzare" il problema e darsi da fare. La casualità, il destino, un percorso stabilito già nel DNA... è questo che avviene. Gli altri esseri umani che ci ruotano intorno sono responsabili solamente perché sono parte della stessa realtà.

lunedì 3 aprile 2017

MIRACOLI PER UN CUORE SINCERO


E' cosa certa che mentre vivi non ti puoi annoiare. L'esistenza non è una linea retta, una superficie piatta, un "passaggio" che attraversi senza accorgertene. Come pure i sentimenti, e non parliamo poi delle emozioni che ne derivano. Un elettrocardiogramma impazzito, indecifrabile.
Abbiamo la pretesa di poter gestire tutto, e persino tutti quelli che ci ruotano intorno, come fossero sagome inanimate, e poi nell'ovvia impossibilità della cosa, mortificati sentiamo roderci dentro, e una parte di noi stessi brucia, come per una puntura d'ape che fa ancor più male perché non prevista, e in passato tante volte evitata con tutta la cautela richiesta quando si conosce il rischio.
Va be', succede. Non dipende completamente dalla tua supponenza, ma pure dall'arroganza altrui, e così cerchi di non pensarci oppure opti per un accomodante... poi si vedrà, tutto si aggiusta. E infine con l'obsoleta espressione... solo alla morte non c'è rimedio. Già... la morte. Strano che Tutti la nominino e nessuno ci pensi davvero. Forse ad alcuni "aggiusterebbe" Cuore e cervello, e di conseguenza molti "incastri" o "intrecci" riuscirebbero più facilmente.
Io sono una persona di quelle che si mettono sempre in discussione, per ipotesi mi do torto, e per tesi spesso arrivo a sentirmi vittima. Ne consegue un intimo dissidio che mi fa stare male, vorrei porre subito rimedio al malessere, mi fa temere l' "incancrenirsi" della ferita. Poi penso alla morte. Probabilmente perché ne ho sentito più volte il fiato sul collo, e tanto spesso la vedo aleggiare e posarsi ingiustamente. Ci penso spesso, e immediatamente provo un senso di pace. E mi chiedo se quel che era poco prima fosse un sentimento d'astio autentico. No, era solo un "turbinio" di pensieri avversi a contrastare la mia vera natura. Quella che è ora sempre più stabile. Pensieri che non hanno ragione di essere.
Succeda quel che succede, non dovrò farmi tentare più. Che passi tutto sotto silenzio.
Qualcuno volato via solo qualche giorno fa mi ha insegnato che voler bene e soprattutto dirlo sempre, ripeterlo anche a se stessi, fa sorridere dentro e fuori. Nell'assoluta pace.

domenica 2 aprile 2017

TI ASCOLTO COL CUORE


L'Empatia in realtà fa parte della natura umana, si può essere più o meno empatici, comunque è una capacità che si può sviluppare ed allenare. Anche se è innata può essere influenzata dal Nostro stato d'animo, dai pregiudizi, da percezioni ed esperienze. Non equivale alla simpatia, e prima di tentare un qualsiasi approccio empatico bisognerebbe spogliarsi del proprio "bagaglio" per poter poi sobbarcarsi di una parte di quello altrui.
Quindi si presenta un doppio aspetto, quello cognitivo e poi emotivo.
Quando intendiamo porgere Noi stessi all'Altro col meritevole intento di aiutarlo, prima di esprimere comprensione o compassione dobbiamo osservare e interpretare accuratamente la situazione che gli Altri stanno vivendo. Capirne il vissuto, valutare le esigenze ed aspettative, decidere le azioni migliori per loro. Alla fine mostrare comprensione e compassione nel modo più appropriato.
A volte però può capitare che l'aiuto non venga percepito come tale. Per lo più il gesto di attenzione viene visto come risposta ad un bisogno, ma può essere pure interpretato come un tentativo di strumentalizzazione, minaccia alla propria autostima, un voler evidenziare una condizione di inferiorità per cui essere poi costretti a ricambiare.
Non è realmente possibile cogliere i sentimenti sottili e complessi delle persone se non tramite una "conoscenza emotiva", che può avvenire con l'osservazione distaccata ed oggettiva oppure con particolare coinvolgimento. Ma attenzione! Quest'ultimo mette a rischio il senso di identità che assolutamente deve restare ben saldo.
L'Empatia perciò si muove in circolo... contagio emotivo, ok. Ma per evitare un eccessivo distanziamento difensivo occorre lucidità, quindi differenziare e mediare il rapporto.
Condizione indispensabile è anche "saper ascoltare", e non solo le parole ma pure i silenzi, soprattutto quelli percepiti a distanza. E... ascoltiamo veramente?
Nella maggior parte dei casi non ascoltiamo con l'intenzione di capire ma con l'intenzione di rispondere, rischiando così di perdere le sfumature. Cerchiamo di farci capire e poi di capire l'Altro, ponendoci anche solo per un momento al centro del rapporto. In pratica filtriamo qualsiasi cosa attraverso i Nostri paradigmi, leggendo la Nostra autobiografia nella vita degli Altri, cosa questa del tutto naturale e non dannosa purché ce ne sia la consapevolezza.
L'ingrediente fondamentale dell'ascolto è la Presenza silenziosa. Ascoltare e accettare se stessi per ascoltare l'Altro, perciò conoscere ed essere consapevoli delle proprie difficoltà, altrimenti il problema dell'interlocutore si somma al Nostro e prende il sopravvento.
Essere attenti verso l'Altro, pronti all'eventualità dell'imprevisto, accettando e non criticando atteggiamenti ed opinioni, mostrarsi sempre interessati e questo guardando sempre negli occhi che restano lo specchio dell'animo.
Spesso al ruolo del volontario non si dà il giusto merito, invece è una figura importante che prende il posto del medico per quanto riguarda l'ascolto e l'accoglienza dei bisogni di un paziente.
Quel giorno che varchiamo la "soglia", cerchiamo un volto, un appiglio. Inconsciamente scegliamo un Angelo custode. E magari capiterà il meno adatto, ma per Noi sarà sempre e solo l'unico. Semplicemente perché il primo. Non è facile però essere compresi, spesso l'instabile e difficile situazione emotiva del singolo va a scontrarsi con la realtà quotidiana di Chi "opera" e deve, per poter continuare, mantenere un certo distacco, evitare il proprio coinvolgimento emotivo. Difendersi per non crollare. Mentre a Noi improvvisamente risulterà indifferente e menefreghista.
Ovvero... disillusione.
"... quando ci imbattiamo in un medico che ha umanità, consapevolezza di sé e di noi... che riesce a rappresentare se stesso e noi in una reciproca relazione... tutto diventa più leggero e la speranza si riaccende, perché sentiamo che esistiamo per l'altro, la nostra vita non gli è indifferente. Ci sentiamo contenuti e protetti, e naturalmente di questo abbiamo bisogno, perché la malattia ci rende fragili..."
(Marta Tibaldi, "Oltre il cancro")

TI ASCOLTO COL CUORE


Terzo appuntamento con il corso per volontari. Argomento trattato quanto mai inerente... L'Empatia e la capacità di ascolto. Relatrice la Nostra life coach, dott.ssa Tiziana Pellicciaro.
L'incontro è iniziato con la presentazione delle competenze di un "coach". Non è uno psicoterapeuta e non si occupa di far emergere le negatività ma punta sulle risorse presenti in ogni individuo per facilitargli i cambiamenti inevitabili durante il corso della vita. Quindi aiuta ad esplorare e valorizzare le risorse, a superare gli ostacoli, ad allenare le abilità, i talenti. In ultimo ma non ultimo per importanza, a definire gli obiettivi, a studiare strategie e mettere in pratica un piano d'azione. Tutto questo si attua partendo dalla relazione facilitante stabilita dal coach, che non ponendosi mai in posizione di giudizio mette a proprio agio Chi ha di fronte. Questi allora si sentirà libero di aprirsi e sviluppare del potenziale con obiettivi concreti e autodeterminati.
Il Coaching è applicabile anche nel campo della salute. L'Associazione Italiana Health Coaching infatti, promuove cambiamenti negli stili di vita delle persone ammalate, il coinvolgimento attivo del paziente, il potenziamento di ciò che funziona. Progetta inoltre servizi di supporto ai pazienti che vivono una condizione di cronicità, arriva a ridurre l'impatto economico delle terapie grazie al recupero di maggiore benessere psicofisico. Perché se persiste uno stato d'ansia che mina l'equilibrio, a poco serviranno i farmaci.
Questa giusta premessa riguardante la sintonia in una relazione che perciò diventa facilitante, spiega la condizione indispensabile per poter essere dei validi volontari. Non è sufficiente infatti, la buona volontà e nemmeno la generosità, saranno presenti entrambe eppure non tali da permettere quel salto di qualità, inspiegabile a parole ma percepito a pelle quando ci si pone sullo stesso piano, annullando le distanze, abbattendo le barriere.
Si tratta di Empatia, quella capacità di immedesimarsi in un'altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d'animo, di vedere le cose dal Suo punto di vista e avere una totale attenzione verso i Suoi sentimenti...
(continua...)

venerdì 31 marzo 2017

NOI INSIEME... UN GRUPPO... LA "NOSTRA" FAMIGLIA (dedicato a Daniela Antonescu)


CONTINUARE A... parlarne con speranza ha ormai quasi 5 anni. Di numero non siamo molti ma nemmeno pochi, comunque quello giusto da poter essere seguito anche passo passo, secondo le vicende e gli eventi lieti e purtroppo tristi della vita. Come una grande "famiglia", assai accogliente che non trascura nessuno e soprattutto sente di farsi partecipe, dopo aver condiviso, incoraggiato e trasmesso speranza che mai deve finire. Ad oltranza.
Solo ieri abbiamo festeggiato il compleanno di Arianna, e piacevolmente stupita ho ritrovato tra i commenti augurali quelli di Amici che non lo facevano da tempo, anzi qualcuno oltre il "like"non era mai andato. Ne sono stata felice, segno che comunque all'occorrenza la "forza del gruppo" e il "senso di appartenenza" allo stesso ci sono e si fanno sentire. Ché poi è l'intento prefisso... essere presenti quando serve, perché di questo c'è bisogno per annullare il "vuoto intorno" che accompagna sempre la malattia in ogni stadiazione.
Oggi vorrei di nuovo invitare a fare festa, ma purtroppo non posso farlo. E d'altra parte non posso nemmeno far passare sotto silenzio un evento che in ogni famiglia in quanto tale riguarda tutti.
Stamani al mio risveglio ho letto un triste messaggio arrivato all'alba. Me lo inviava un Amico del gruppo, Nicodemo Lombardi, marito di Daniela Antonescu. Breve, intenso... mi ha preso il Cuore.
Credo che Lui non l'abbia a male se lo condividerò qui, ora a Tutti Voi. Sono poche parole ma così belle da rasserenare, nonostante l'evento di dolore...
"Daniela il mio angelo ha imparato a volare".
Non volevo crederci, solo tre giorni fa sono stata a farle visita. Lei sorridente come sempre, la Creatura più buona e forte e coraggiosa che io abbia mai conosciuto. Abbiamo parlato, le ho stretto la mano a lungo. Prima di andare via le ho dato tanti baci ma tanti, ché ne facesse riserva. Come una mamma può fare.
Daniela era ed ora è davvero un Angelo per fattezze e virtù. Non l'accompagni perciò il pianto, perché la tristezza non le apparteneva, ma il "sorriso"... Sua grande peculiarità... di Chi la Fede non perde mai, anche quando le prove della Vita si susseguono sfiancando.
Ciao, Daniela da parte di Tutti Noi. Resterai nei Cuori di Chi ha avuto la fortuna di incontrarti. Nel mio per sempre, finché vivrò...

POLICROMIE DIVINE


Oggi sono ripresi i Nostri Mercoledì, dopo un fermo obbligato a causa di un'influenza di fine stagione. L'abbiamo presa entrambi, solidali in tutto. Stamani sia pure un po' a rilento, abbiamo deciso che era ora di ricominciare. La giornata si presentava buona, e poi rinviando si correva il rischio di impigrirci, rinviare a chissà quando, perciò... forza e coraggio, e... via!
Era rimasto in sospeso un progetto, l'idea di raggiungere località da mozzare il fiato, mio marito c'era già stato in avanscoperta e mi prometteva una sorpresa... Sono sicuro che resterai a bocca aperta, ripeteva.
E in questi giorni continuava a parlarmi di Dolomiti, volo d'angelo, aria pulita, paesi addossati a cime elevate.
Noi, alle Dolomiti, quelle note non siamo mai stati, le abbiamo viste fino a questo momento solo in cartolina o in qualche video. Naturalmente, prima o poi c'andremo, però quello che ho visto oggi credo sia valso come ottimo "surrogato emotivo" che ha compensato la curiosità, il desiderio di stupore che nella vita ogni tanto non può mancare.
Mi riferisco alle Piccole Dolomiti Lucane, e ai paesi di Castelmezzano e Pietrapertosa, in provincia di Potenza. Siamo tornati alla grande in attività, spingendoci abbastanza nel territorio, due ore d'auto con tanti limiti di velocità da osservare, per strade un tantino tortuose, tornanti ed erte salite. Ma ne è valsa davvero la pena.
Dopo Brindisi di montagna, solo visto da lontano, è stato Castelmezzano a presentarsi alla vista, all'improvviso, quasi ai piedi, ma comunque dislocato su livelli di terreno degradanti, di vette da guardare a naso in su. Sicuramente ce ne saranno di più elevate, ma per Noi abituati ai dolci dorsali dell'Appennino, già queste mozzano il respiro. Ed hai la sensazione, la certezza che non può non esistere un "alto Fattore" a dirigere e guidare la mano della Natura. Montagne che sembrano modellate a colpi sapienti di scalpello, fusione perfetta di stili d'arte senza tempo. E poi la vista dell'insieme... tutto perfetto.
Massicci accartocciati dal colore brunito e macchie verdeggianti, case dai muri di colore giallo vivo o sbiadito dal tempo e tetti rossi, e alberi in fiore che a tratti velano il paesaggio in trasparenza. Qui davvero si prova l'emozione di essere fuori da ogni epoca. La gente non ti ignora, saluta persino col sorriso, chiede se per caso hai bisogno di qualcosa.
Ti invita a sedere per prendere il sole in un piccolo spiazzo dove al centro troneggia rassicurante la statua di San Pio. E' tutto tranquillo, ogni cosa al suo posto. E su nel cielo persino è pronto per la stagione che verrà il percorso dell'Angelo, un volo che unisce i due paesi, in cui potrà cimentarsi Chi vuole. Tra Cielo e terra, quasi "a miracol mostrare".