sabato 16 gennaio 2016

EMOTIVITA' DA INCANALARE

Se siete molto emotivi farete una gran fatica a stare in "trincea"...
Furono le parole del Nostro facilitatore.
Che cosa significa, non bisogna esserlo allora? Meglio... "impermeabilizzati"?
Questa la replica.
Certo che no, l'emotività o meglio la capacità di sensibilizzarsi a problemi o situazioni, è una grande risorsa ma va educata, incanalata perché non sconfini e faccia danni.
A breve e per questo scopo nell'ambito del GAMA saranno tenuti 3 corsi distinti. Il primo per le operatrici del Make Up, il secondo per facilitatori, il terzo infine per volontari.
Perché non puoi piangere davanti a Chi piange, che tra l'altro ne ha maggior diritto, altrimenti penserai ad asciugare le Tue lacrime prima e non sarai solerte al bisogno altrui.
Ecco... si deve imparare a controllare le "vistose emozioni".
Non ad annullarle, perché non siamo "vuoti manichini" privi di espressione.
Già... conoscete l'antica leggenda Cherokee dei due lupi? E' una storia che spiega come e perché controllare uno dei sentimenti negativi più comuni. La Rabbia.
Saper controllare la rabbia e riuscire ad indirizzarla può essere l’arma segreta per raggiungere molti obiettivi. Se ci domina, ne siamo schiavi, ma se riusciamo ad indirizzarla può darci quella spinta necessaria per affrontare anche gli ostacoli più ostici.
Allora... come controllare la rabbia? Controllare, non reprimere. La rabbia repressa infatti può avere conseguenze ben più pericolose della semplice ira.
La leggenda Cherokee dei due lupi ha delle implicazioni interessanti per quanto riguarda il controllo della rabbia e, in generale, la gestione delle emozioni.
In una versione più nota di questo racconto, si parla di un anziano della tribù dei Cherokee che spiega al nipote come nel suo cuore e in quello di tutti gli esseri umani dimorino due lupi, un lupo nero e un lupo bianco. Il lupo bianco è docile e di buon animo, mentre quello nero è violento e rabbioso. I due lupi combattono continuamente tra di loro. Alla domanda del nipote su quale dei due lupi prevarrà, l’anziano Cherokee risponde... “Quello che nutriamo di più“.
Ne siamo sicuri? L’idea che il lupo rabbioso (nero) vada affamato, non è una scelta particolarmente brillante. La soluzione proposta nella versione inedita della famosa leggenda convince decisamente di più…
Perché entrambi i lupi vanno nutriti
Un giorno il capo di un villaggio Cherokee decise che era arrivato il momento di insegnare al suo nipote prediletto un’importante lezione di vita. Lo portò nella foresta, lo fece sedere ai piedi di un grande albero ed iniziò a raccontargli della lotta che ha luogo nel cuore di ogni essere umano.
“Caro nipote, devi sapere che nella mente e nel cuore di ogni essere umano vi è un perpetuo scontro. Se non ne prendi consapevolezza, rischi di spaventarti e questo, prima o poi, ti porterà ad essere confuso, perso e vittima degli eventi. Sappi che questa battaglia alberga anche nel cuore di una persona saggia ed anziana come me. Nel mio animo dimorano infatti due grandi lupi: uno bianco, l’altro nero. Il lupo bianco è buono, gentile e amorevole. Il lupo nero invece è scontroso, violento e rabbioso. Ogni piccolo contrattempo è un pretesto per un suo scatto d’ira. Egli litiga con chiunque, continuamente, senza ragione. Il suo pensiero è ottenebrato dall’odio, dall’avidità e dalla rabbia. Ma la sua è una rabbia inutile, perché non gli porta altro che guai“.
Al che il piccolo Cherokee chiese ansiosamente al nonno: “Ma alla fine quale dei due lupi vincerà?“
Il capo indiano rispose con voce ferma... “Entrambi. Vedi nipote, se nutrissi solo il lupo bianco, quello nero mi attenderebbe affamato nell’oscurità e alla prima distrazione attaccherebbe a morte il lupo buono. Se al contrario gli presto la giusta attenzione, cerco di comprenderne la natura ed imparo a sfruttarne la forza e la potenza nel momento del bisogno, i due lupi potranno convivere pacificamente nel mio animo.“
Il ragazzo sembrò confuso: “Come è possibile che vincano entrambi, nonno?!“
L’anziano Cherokee sorrise al nipote e continuò il suo racconto: “Il lupo nero ha molte qualità di cui tutti noi possiamo avere bisogno in determinate circostanze. Egli è temerario e determinato, astuto e capace di ideare strategie indispensabili per dominare in battaglia. Se sapremo addomesticare il nostro lupo nero egli potrà dimostrarsi il nostro più valido alleato“.
Per convincere definitivamente il nipote, il capo indiano prese dalla sua sacca due pezzi di carne e li gettò a terra, una a sinistra e l’altro a destra, ed indicandoli disse: “Qui alla mia sinistra c’è il pezzo di carne per il lupo bianco e alla mia destra il cibo per il lupo nero. Se darò ad entrambi da mangiare, i due lupi non lotteranno tra loro per conquistare la mia mente e potrò scegliere io a quale lupo rivolgermi ogni volta che ne avrò bisogno. Ricorda... la rabbia repressa, come il lupo affamato, è pericolosa.
Così comprendiamo che non dobbiamo reprimere o affamare nessuna sfaccettatura del nostro carattere. Ma imparare a controllare i sentimenti negativi e indirizzare le emozioni positive nel modo più giusto.
Conoscere, accettare e sfruttare la propria emotività nelle circostanze più adatte. E non ci sarà alcuna lotta interiore.

giovedì 14 gennaio 2016

COMUNICARE... PAROLE E GESTI



Non siamo monadi chiuse all'esterno. Se lo fossimo la Nostra presenza collettiva servirebbe esclusivamente ad occupare uno spazio più o meno ristretto, saremmo completamente autonomi, autosufficienti, dotati di mega pensiero non suscettibile di cambiamento. Nessun passo indietro quindi, e del resto come e soprattutto perché dovremmo farne?
La Comunicazione nasce per soddisfare esigenze e bisogni, si alimenta di se stessa, serve a farsi capire e comprendere nelle relazioni umane. Si avvale di mezzi diversi, più o meno validi, usati in modo appropriato o meno. Comunque fa riferimento all'uomo come punto di "partenza" e "arrivo".
Tralasciamo gli ultimi "canali" di tipo tecnologico, non è questa la sede giusta per trattarne e si potrebbe finire in una polemica sterile. Sarà piuttosto un discorso... terra terra, basato sui mezzi essenziali... parole e gesti.
Come si riesce ad arrivare all'Altro... qual è il modo più rapido ed efficace? Dare una risposta secca non equivale ad essere nel giusto o aver torto, perché come tutto ciò che riguarda l'essere umano, è soggettivo e altamente variabile, preferisco al solito dar voce alla mia esperienza.
Prima della malattia, convinta di essere inadeguata per tutto, mi consideravo addirittura incomprensibile, e di conseguenza col destino di incompresa a vita. Poi il "grande evento"... e da quel momento quasi ogni giorno una nuova scoperta. Cominciai a farmi strada per capirmi e senza confronto sarebbe stato impossibile.
All'inizio ben accolta... poi mi sembrò di essere troppo presente, invadente... o cosa?
Non ho mai taciuto, anzi ho cercato sempre il relazionarsi continuo.
Avevo motivazioni, argomenti e giuste modalità di approccio.
Hai il dono della comunicazione. Sei unica.
Ma bada, ti scontrerai ancora, non sono tutti come te.
Questo mi si diceva, e a volte non sapevo se interpretarlo come sprone o freno. Comunque è andata.
Ed ora eccomi qui. In una realtà doppia...quella dentro calata a viva forza, che un po' scordo e molto più spesso mi sento addosso, e nella normalità che vivo certe volte da estranea, nelle relazioni umane varie ed eventuali, quelle ordinarie intendo, di cui non si può fare a meno e che non richiedono un granché di impegno.
Le altre sono più difficili, comportano responsabilità... vado con la purezza di Cuore, provo sempre con il sorriso, mi capiscono solo quelli come me che si accontentano di poco.
Una carezza sui capelli o sul capo raso, un complimento, un semplice aiuto per un'azione elementare ma in quel momento assai difficoltosa.
E' anche questo comunicare.
Non mi farò mai indietro.
Tornare nel mio confine, carica di triste meraviglia, non mi basta più.

mercoledì 13 gennaio 2016

IL GIUSTO E' NEL MEZZO

Ho un buon intuito ed anche il mio istinto dipende da esso. A volte sono nel giusto, altre meno... molto spesso la verità è nel mezzo.
Immagino, anzi ricordo una composizione di piantine che mi fu donata. La pianta della speranza, mi avevano suggerito di chiamarla e ancora oggi trovo fosse proprio un bel nome... azzeccato. 
Detta così la cosa, si attenua persino la mia "severità", che poi non è veramente tale... sarebbe più giusto definirla, "serietà" nel considerare la varietà degli atteggiamenti umani, non escluso il mio.
All'inizio del percorso fui accolta con calore ed umanità nel luogo che presto imparai a considerare la mia seconda casa. Là mi abituai a valutare quello che mi succedeva con equilibrio e serenità, in breve arrivai a concludere che non c'era nulla di "eccezionalmente grave" in quella "nuova routine" se la consideravo... "normalità da un altro punto di vista".
Poi, sempre lì mi fu permesso di tornare tutti i giorni per un anno e mezzo... avevo bisogno di mutuo scambio di condivisioni, sarebbe stato quasi un completamento della terapia, questa mia esigenza fu compresa e ne ricavai un gran bene. In seguito mi fu detto che di bene ne avevo fatto anch'io e in questo caso lo scambio ci stava tutto, nel perfetto equilibrio degli elementi.
Tempo è trascorso e non inutilmente. Il peso ne ho sentito ma pure il beneficio, perché verifica non è mai mancata. Tuttora continua.
Ed è da ieri sera che ci penso... 
Non è stato sempre facile, e di errori ne ho fatti tanti. Quando presa da eccessi di entusiasmo perché convinta di aver superato il peggio diventavo "troppo" di tutto... troppo allegra, troppo chiacchierona persino troppo affettuosa dimostrando "troppo" quello che provavo. Era un misto di gioia e gratitudine, voglia di vivere e desiderio di mostrarlo agli Altri che purtroppo non erano ancora arrivati... là dove io ero. Non volendo a volte ho fatto gaffes madornali, e a questo punto credo anche aver violato addirittura la privacy di qualcuno, ma solo perché mi sentivo facente parte di un tutto che era una cosa sola, un gruppo... una famiglia, un unico "sentire".
Capisco ora di non aver sempre agito giusto e all'epoca le persone che mi avevano accolto e supportavano e sopportavano, me lo facevano notare... con garbo, per il mio e altrui bene.
Attenta... non da Tutti può essere capita la finalità del Tuo agire.
Accorta... nell'inoltrarti nei pensieri altrui, non Tutti sono come appaiono.
Metti in conto che dopo aver dato tanto, potresti essere considerata non più di tanto.
Spesso prendevo queste "lezioni" come duri rimproveri... più volte ci sono rimasta male e forte è stata la tentazione di ritirarmi in buon ordine, mortificata, risentita ma pure per aver peccato di presunzione.
Mi sentivo umiliata senza esserlo mai stata in realtà.
Ma poi, tanto mi necessitavano quelle "infusioni per l'anima" che tornavo sui miei passi, ed ero là e non ci pensavo più.
Non pensavo più al "rimprovero" ma a rifinire alcuni aspetti del mio agire perché fosse lineare e sempre corretto.
Nel tempo e per tutto questo tempo ho sempre continuato a... pensarci.
Ed oggi sono così, forse un po' severa ma solo perché lo sono stata prima con me stessa.

martedì 12 gennaio 2016

COLORI SBIADITI E TONI SMORZATI




Il tempo passa e vado temprandomi, ma un'ovvia fragilità fa sì che nel cuore lascino il segno emozioni fortissime che si susseguono al ritmo del quotidiano.
Nell'ambito familiare vicende o condizioni d'animo dei miei cari vengono da me vissute con un'intensità tale da sentirmene quasi responsabile, riguardo quelli poi che percorrono la mia stessa difficile strada, una forte empatia mi permette di essere con loro sempre, quasi a voler non dico dimezzare, ma almeno ridurne in parte la sofferenza. Per questo motivo a volte la partecipazione è così sentita da far venir meno le parole e da non riuscire ad esprimere, raccontando, tutto ciò che provo, un misto di rabbia, di dolore, d'incomprensione come pure di serena accettazione.
In questo periodo gli eventi personali e quelli vissuti di riflesso per scelta mi hanno fatto carico di un senso d'impotenza che non mi abbandona.
Mi sento sopravvissuta e in più con un peso sulle spalle.
Vorrei dar forza, coraggio a chi mi è vicino, conforto e rassegnazione a chi in me ha trovato un'oasi, ma non posso, lo vorrei tanto ma forse, credo di esserlo e non ne sono capace o non ne ho i mezzi.
Stasera all'incontro del gruppo apparivo serena, e in effetti lo ero ma solo a metà. Poi verosimilmente assorta a guardare, ma non interessata e con un accenno di sfida. Ascoltavo le voci come fossero suoni smorzati dalla lontananza. E in realtà ero lontana, lo avevo fatto coscientemente... sedermi per non essere notata. Non perché fossi triste, sorridevo pure ma il mio era un sorriso stanco, tra scettico-polemico- sfiduciato.
Una bufera all'improvviso, una tempesta in un bicchiere d'acqua, importante per le onde di ritorno, eccessive per l'esiguo spazio.
Due perdite in due giorni, doppio sgomento e dolore dalle ripercussioni ad effetto domino. Anche se non se ne parla, si cerca l'ironia ad ogni costo, si spegne con tristezza l'entusiasmo dai picchi euforici.
Eppure, anche se in questo momento avrei preferito non fosse così, mi notano per il sorriso.
E' che il sorriso mi viene da dentro, è proprio un'arma per vivere.
Sin dall'inizio, quando ce n'era davvero poco perché l'ansia e la paura la facevano da padrone, poi perché lo dovevo fare, e in seguito ho continuato a... farlo, scoprendo di stare meglio e non ho smesso più.
Ero fiduciosa, e andavo avanti guardando da lontano il traguardo che prima o poi avrei raggiunto.
Adesso insieme con gli Altri rivivo situazioni che vedo in maniera ancora più diversa, perché mutato è l'atteggiamento verso la vita, mutato lo stato d'animo.
Ritrovarsi pure per ricordare chi non c'è più, ascoltare una canzone che sentiva appartenerle ad esempio, è un'occasione di forte meditazione che allontana persino la paura della morte, perché attraverso quel tempo fatto di difficoltà ma anche di superamento delle stesse, si elaborano convinzioni e si rafforzano valori raggiungendo una maturità piena e consapevole.
Come si può allora aver paura di morire se non si è temuto vivere?
Guardando all'evento finale come dal buco della serratura, e ascoltandone i suoni che potrebbero accompagnarlo, smorzati dall'ambiente ovattato, il sorriso regge non proprio ampio ma stabile.
E a chiunque sorrido. Posso provare dolore, perché sono di carne e ho Cuore, ma se non conosco rancore non posso privarmi del sorriso.
Per poi recuperare, migliorarmi e aggiungere colori a questa vita mia... come biglie colorate nella trasparenza.

GOCCE DI ARCOBALENO



Fu una splendida idea, si conferma un valido espediente, farmaco naturale che va a curare l'animo o prevenire il dolore che eventualmente sarà.
In realtà fino allo scorso anno la "tenerezza in fiocchi" era distribuita solo al termine degli incontri del gruppo di auto mutuo aiuto. Con la lettura i pensieri erano condivisi, poi i foglietti finivano nelle tasche delle giacche o dei cappotti e sul fondo delle borse fino al ritrovamento che avrebbe rinverdito il ricordo. E i nastrini rossi e quelli blu, in gran parte si perdevano per strada.
Oggi è diverso, perché qualcosa è cambiato da quando furono necessari sprazzi di colore e "affetto aggiunto" in un cestino dalle tonalità anonime delle noci e "chicche" senza zucchero. Mi balenò così un'idea e furono i "fiocchi arcobaleno", attualmente così graditi che non devo nemmeno proporli, offrirli... vanno a ruba. Nei miei giorni di turno in reparto c'è sempre qualcuno che si prende cura di un altro che garbatamente chiede... posso approfittare, ce n'è uno anche per me o faccio torto?
Ma quale torto e poi perché? Tutti abbiamo bisogno di speranza, e se ne riceviamo in più, a iosa potremo donarla. Insomma... una "dose" maggiorata in questo caso non può che fare bene.
Hai la mano felice nel cercare e scegliere, la "dolce saggezza" nel pensare, ed anche la pazienza di scrivere, ritagliare e infiocchettare... diceva l'Amica mia, e poi aggiungeva... sono parole che scaldano il Cuore.
Veramente non penso di avere tutti questi meriti a riguardo, è una cosa che faccio con piacere e tanto amore. A volte mentre scrivo mi figuro persino la persona a cui sarebbe perfetto andasse quel biglietto. Empatia oltre il credibile? Non saprei... qualcuno a Natale mi ha addirittura omaggiato di un regalo per questo, con una dedica... grazie per tutto quello che fai.
Ma in fondo che cosa faccio? Incarto briciole di speranza in una striscia di carta. Vorrei fare molto, molto di più. Assicurare almeno un pizzico di fortuna concreta, ché si faccia vedere e non solo sentire. Come faceva intendere fosse Suo desiderio la dignitosa e riservata dolce Amica...
Non lo scelgo io, passo la mano a mio marito. E' più fortunato.
Va be, era un desiderio appunto, e i desideri non sempre sono possibili.
La Tenerezza però è un dono a sé, nasce da un bisogno che diventa desiderio, e si realizza nella semplicità di piccoli gesti e parole appropriate.
A goccia a goccia, come medicine per lo spirito. Prima, durante e dopo. Senza effetti collaterali.
Sono semplici parole lette così, di sicuro non fanno male.
Sarebbero pure banali per certi occhi ed orecchi, e resterebbero ferme lì dove sono scritte con calligrafia bambina. Segni indecifrabili e incomprensibili per Chi non sa interpretarne il valore.
E invece mettono le ali e volano lontano,
dove posa il Cuore e il sogno non muore vano.

domenica 10 gennaio 2016

COME FOSSE DA SEMPRE...



Dopo la pausa delle feste, da lunedì si riprende con gli incontri del gruppo di auto mutuo aiuto. Ci sarà molto da argomentare, passare da un tema all'altro, con particolare attenzione ai prossimi corsi di formazione.
Non ci si improvvisa in un gruppo così, unico nel suo genere. Altri similari partono da un "dato di fatto", un accadimento le cui conseguenze vanno analizzate, elaborate nella speranza del superamento. In un gruppo di mutuo aiuto oncologico è un "work in progress" continuo e diverso per ognuno, e pure suscettibile di capovolgimenti improvvisi e falsi esiti... nel bene e nel male.
Così riprenderemo... e sarà ripartire con gran fatica. Queste feste sono state vissute sulla linea degli aspetti vari della vita. Gioia e felici aspettative, ma anche Dolore e speranze disilluse.
Doveva andare così... individualmente tutto è stato accettato... l'elaborazione e il superamento saranno da affrontare Insieme. Ci consideriamo "Amici nelle difficoltà speciali", profondamente uniti da quel legame che solo la sofferenza e una particolare avventura possono regalare.
Ci pensavo da un bel po'... ma quante persone ho conosciuto in questi ultimi anni? Tante davvero. Prima con la "malattia sulle spalle", poi... "tra le braccia". E non è finita, né mi fiacca.
A volte il dolore di una perdita mi infligge un colpo più grande delle mie capacità, mette in crisi la resilienza che più o meno credo di possedere, ma riesco comunque a rimettermi in piedi... a trovare l'equilibrio.
E ritorno in corsa, prima quasi timidamente e poi decisa passo dopo passo. Si fissano gli estremi di un invisibile filo, una relazione come fosse da sempre. E non lo è quel sentimento unico e speciale, eppure lo vivo come Amicizia.
Nasce in un momento, già nell'approccio e al primo sguardo che vuol comunicare. Poi giunge non so come, la parola giusta e il dire a mezza frase... lo posso immaginare ma ci credo. Anche io ho provato qualcosa di ciò che stai ora vivendo, ma penso che la Forza e il Coraggio potrò apprenderli da Te soltanto.
E così ogni volta è una storia condivisa, un appuntamento, la convinzione di avere un Amico in più. Non un semplice conoscente, ma un amico... Amico.
Oggi preparando i "fiocchi di tenerezza" per il prossimo incontro, ne ho scritto uno che ho sentito su misura per me, soprattutto dopo gli eventi recenti...
Ogni persona che passa nella Nostra vita è unica. Sempre lascia un po' di sé e si porta via un po' di Noi. Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
... perché appunto, è come fosse da sempre.

sabato 9 gennaio 2016

CAPITOLI SENZA MAI CAPITOLARE



Stamane ho fatto nuove conoscenze. Meno male... ne avevo bisogno vitale. Devo dire che da qualche giorno incontro persone dalla straordinaria positività data la situazione, cosicché facile è l'approccio e felice si evolve la condivisione.
Sarà anche questo un segno?
L'ultimo periodo è stato piuttosto difficile su molti fronti, bisognerà darsi uno scossone per proseguire. Chiudere un altro capitolo.
Dicevo... oggi ho incontrato, Amata... la chiamerò così.
Dopo sei anni dalla chiusura di un capitolo della Sua storia, si è ritrovata ad aprirne un altro. Più o meno lo stesso "tema" con qualche variante, giusto per cambiare melodia, anche se le note restano dolenti.
Ciò che di Lei mi ha colpito è stato lo sguardo sereno nella piena consapevolezza. Rivelava equilibrio e combattività, senza alcun eccesso.
Avevo chiuso, o meglio mi dicevano, ormai puoi chiudere. Ci credevo poco, ma preferivo illudermi... o sperare. Chissà... la differenza è davvero minima, impercettibile. Comunque non ci pensavo se non raramente, e per questo stavo bene. Quando qualcosa mi riportava indietro, era sufficiente che pensassi ad un progetto futuro, magari un viaggio o una vacanza o un piccolo acquisto, e tornava la condizione di benessere.
Nelle parole di Amata ho ritrovato il "mio pensiero", quello attuale in questa "stadiazione del post-tumore". Perché anche il post-tumore non ha tutte le fasi uguali. Euforia, voluta incoscienza, elaborazione... serena accettazione e consapevolezza.
Non sono della materia, procedo per intuito e seguendo la cronologia di emozioni indimenticabili. Chiedo perciò venia per qualche eventuale "corbelleria" sfuggita.
Sperando comunque possa risultare più chiaro il concetto che intendo,
riporterò dalla "mia storia" ancora una volta un "paragrafo".
Dopo dieci mesi e all'improvviso decisi finalmente di uscire a "capo scoperto" e dire... basta...
"Stasera ho riposto le parrucche. Le ho lasciate lì, sul comò per qualche giorno, un po' come si fa spesso con gli addobbi natalizi una volta che le feste son finite. Non ti va di archiviare subito un periodo, ti dà malinconia e aspetti un giorno, forse due, ma al terzo ti pare tutto anacronistico e in una volata metti via ogni cosa e non ci pensi più. Con le parrucche è stato più o meno così, le ho riposte senza rimpianto ma neanche rabbia, non mi son detta, finalmente è finita, non le indosserò mai più, per non essere, chissà, un giorno smentita. Grandi alleate nella mia battaglia le ho portate e ora conservate con amore, chiudendo un altro capitolo di questa storia..."
Così pensavo quel giorno di un "fatto" che pur essendo comune non appartiene a tutti... per fortuna.
Capitoli di Vita da chiudere senza rimpianti né rabbia.
Voltandosi indietro per ricordare solo ciò che di bello c'è stato.
Solo in questo modo si può guardare avanti... ricominciare, ricostruendo sul dolore... sanando qualche crepa.
Magari qualche altra se ne farà, ma non sarà tornare indietro. Non si può.
Se ci si ama abbastanza si saprà perdonare se stessi e gli altri, accettare situazioni... girare pagina.
Scoprendo la bellezza di un giorno dopo l'altro che pure resta sempre lo stesso.
Non puoi cominciare il prossimo capitolo della Tua vita,
se continui a rileggere l'ultimo.
(cit.)