Se col pensiero torno indietro, all'inizio di questa mia avventura e rivedo me in mezzo alla bufera appena scoppiata, quasi stento a riconoscermi. Piegata su me stessa, mi piagnucolavo addosso senza voler trovare una soluzione, mi lamentavo ma non mi decidevo, mi aggrappavo ad altri volendo credere nella mia debolezza. Ebbene, guardando questa " persona " che è altri da me, provo un misto di rabbia e tenerezza; rabbia per una ostinazione che era in realtà chiusura e rifiuto della verità, tenerezza per quel voler rimanere nel proprio nido nella convinzione di poter essere al sicuro solo lì, perchè non si può affrontare ciò che non si conosce e fa paura.
Il primo, vero scossone lo ricevetti quando iniziò l'altalena dell'incertezza sull'opportunità di operarmi subito o meno. Un giorno era data per sicura l'operazione in settimana, il giorno dopo era rimesso tutto in discussione e questo sempre a causa della natura e delle dimensioni del mio tumore, e intanto io mi sentivo incerta, con una bomba ad orologeria dentro di me, sballottolata come una barca in balia delle onde. La mia famiglia non era da meno ed io sentivo su di me anche quella pressione; ad un certo punto capii che il problema era mio e mia doveva essere la responsabilità di ogni cosa, gli altri purtroppo erano coinvolti ma non potevano essere trascinati dalla volontà di rimanere inerte da parte mia. Passai una notte in bianco a pensare, in un turbinio di dubbi e certezze, interrogativi e conclusioni: non mi era mai capitato prima. Poi, al mattino, una bella giornata: un cielo limpido e la primavera vicina. Dopo un lungo e buio inverno anche per me stava tornando il sereno.
giovedì 7 ottobre 2010
mercoledì 6 ottobre 2010
Chiusa la parentesi di forte emozione si continua ad... andare a ritroso per ricordare momenti pur belli vissuti in un contesto non facile d'ansia, e questo fa sì , insieme ad altro, che si possa continuare ad... andare avanti.
Quella domenica mattina dunque, alle nove meno cinque mamma Ripalta, Rosaria, Lucia ed io eravamo nell'ascensore che ci avrebbe portato al piano terra verso la cappella. Eravamo vestite a festa, si fa per dire, con quello che offriva il guardaroba da ospedale, un pigiama pulito sotto la solita vestaglia, ciabatte ben spazzolate e calzini bianchi immacolati. Così " le quattro dell'Ave Maria ", è proprio il caso di dirlo, l'una accanto all'altra si posero a sedere in uno dei banchi della cappella in attesa di ascoltare la Santa Messa. Era quella la IV domenica di Quaresima e tra un po' sarebbe stata Pasqua. Dio, com'era volato il tempo! e quest'anno vivevo anch'io la mia piccola Quaresima di penitenza e dolore in attesa della Resurrezione. Non c'è vita senza morte ed io morivo a tutto ciò che di me era stato precedentemente per poter vivere in maniera rinnovata dopo che tutto fosse passato. Questo pensavo mentre il sacerdote dava inizio al rito d'ingresso in quella cappellina tutta bianca, nascosta alla luce eppure di una luminosità...! Si era arrivati al Vangelo, alla lettura della parabola del figliuol prodigo e mi sentii profondamente toccata da quelle parole: anche io in un momento di grande vulnerabilità, ero nella casa del padre, ai suoi piedi a chiedere pietà, conforto e aiuto ed Egli mi accoglieva a braccia aperte. Mi sentivo così serena! Che grande sensazione di dolcezza e nello stesso tempo di fiducia in Dio che mi era accanto e mi aiutava!
Al termine della Messa risalimmo in reparto e rientrammo in camera, poi tutta la giornata trascorse tra mille dolcezze, le visite dei parenti e degli amici, i " sospiri " (dolcetti tutti bianchi glassati ) di mio marito, la crostata alla crema di mia sorella Franca, le " zeppole " beneventane di Domenico, fidanzato di mia nipote Simona. Non c'è che dire, ne avevamo abbastanza per banchettare a lungo noi e per offrire anche agli altri.
Nel primo pomeriggio di quella bella domenica venne a trovarmi anche Padre Paolino, un frate della mia parrocchia. E' Padre Paolino un religioso particolarmente carismatico che conquista tutti con la semplicità delle sue parole,comprensibili dalla prima all'ultima, e che ha la capacità di infondere calma e serenità nell'animo più turbato. Io avevo chiesto di lui e lui era venuto da me, mi aveva confortato esortandomi a confidare in Dio che tutto può, e poi con il suo costante sorriso quanta tranquillità mi aveva donato!
Una pausa per prendere respiro, un momento di riflessione su ciò che è davvero importante, una "dolce " giornata in cui tutto sembrò meno grigio e più " rosa ".
Quella domenica mattina dunque, alle nove meno cinque mamma Ripalta, Rosaria, Lucia ed io eravamo nell'ascensore che ci avrebbe portato al piano terra verso la cappella. Eravamo vestite a festa, si fa per dire, con quello che offriva il guardaroba da ospedale, un pigiama pulito sotto la solita vestaglia, ciabatte ben spazzolate e calzini bianchi immacolati. Così " le quattro dell'Ave Maria ", è proprio il caso di dirlo, l'una accanto all'altra si posero a sedere in uno dei banchi della cappella in attesa di ascoltare la Santa Messa. Era quella la IV domenica di Quaresima e tra un po' sarebbe stata Pasqua. Dio, com'era volato il tempo! e quest'anno vivevo anch'io la mia piccola Quaresima di penitenza e dolore in attesa della Resurrezione. Non c'è vita senza morte ed io morivo a tutto ciò che di me era stato precedentemente per poter vivere in maniera rinnovata dopo che tutto fosse passato. Questo pensavo mentre il sacerdote dava inizio al rito d'ingresso in quella cappellina tutta bianca, nascosta alla luce eppure di una luminosità...! Si era arrivati al Vangelo, alla lettura della parabola del figliuol prodigo e mi sentii profondamente toccata da quelle parole: anche io in un momento di grande vulnerabilità, ero nella casa del padre, ai suoi piedi a chiedere pietà, conforto e aiuto ed Egli mi accoglieva a braccia aperte. Mi sentivo così serena! Che grande sensazione di dolcezza e nello stesso tempo di fiducia in Dio che mi era accanto e mi aiutava!
Al termine della Messa risalimmo in reparto e rientrammo in camera, poi tutta la giornata trascorse tra mille dolcezze, le visite dei parenti e degli amici, i " sospiri " (dolcetti tutti bianchi glassati ) di mio marito, la crostata alla crema di mia sorella Franca, le " zeppole " beneventane di Domenico, fidanzato di mia nipote Simona. Non c'è che dire, ne avevamo abbastanza per banchettare a lungo noi e per offrire anche agli altri.
Nel primo pomeriggio di quella bella domenica venne a trovarmi anche Padre Paolino, un frate della mia parrocchia. E' Padre Paolino un religioso particolarmente carismatico che conquista tutti con la semplicità delle sue parole,comprensibili dalla prima all'ultima, e che ha la capacità di infondere calma e serenità nell'animo più turbato. Io avevo chiesto di lui e lui era venuto da me, mi aveva confortato esortandomi a confidare in Dio che tutto può, e poi con il suo costante sorriso quanta tranquillità mi aveva donato!
Una pausa per prendere respiro, un momento di riflessione su ciò che è davvero importante, una "dolce " giornata in cui tutto sembrò meno grigio e più " rosa ".
martedì 5 ottobre 2010
Se oggi fosse stata una giornata come le altre, avrei continuato a... scrivere la pagina precedente, ma non è così, non può sempre andare secondo i nostri desideri e spesso va proprio dalla parte opposta.Per fortuna di solito va meglio, si apprendono notizie che sono in realtà messaggi di speranza e per il resto tutto fila liscio come l'olio. Questo, però è stato un giorno dal color grigio perla e dal sapore amaro; anche se c'era il sole, per me il cielo era velato dal tulle ingrigito di un vecchio abito da sposa , e la dolcezza regalatami ieri da una bella giornata vissuta in serenità, aveva lasciato il posto all'amarezza per le tante difficoltà incontrate all'ennesima seduta di chemio. Si sa, lo spirito viene fortemente influenzato da ciò che percepisce intorno ed è per questo che ora non potevo parlare di quella dolce e rosea domenica di marzo. I momenti negativi mettono a dormire per un po' la positività con cui si affronta ogni prova cui sottopone la malattia, le piccole e nello stesso tempo grandi certezze acquisite man mano, vengono riposte in gioco, e a questo punto non si è più sicuri di niente perchè lo spirito vacilla e il corpo è stanco. E' tutto normale, si ripete, ma per chi vive tale esperienza niente più è tanto normale, e meno che mai questa ridda di sentimenti e sensazioni che danno la netta percezione di essere in una dimensione a parte, diversa in cui ogni cosa appare, e mi si perdoni il bisticcio, esageratamente esagerata. Ma poichè sempre dopo il buio arriva la luce, questa giornata finirà e domani con la luce tornerà per me la voglia di trasformare ogni difficoltà in un'occasione in più offertami dal destino.
lunedì 4 ottobre 2010
Quando la mia mente è stanca di tanti pensieri e opinioni, dubbi, domande e risposte, mi piace mandarla " a ricreazione " inventandomi dei giochi, degli scherzi di fantasia, così io mi rilasso e lei riposa per poi ricaricarsi e riprendere la sua " frenetica " attività ( eh, sì a volte penso davvero troppo! ). In una di queste divagazioni ho pensato se per assurdo si potesse definire ogni nostra giornata con un colore o un aggettivo, o magari con entrambi!?! Da una tavolozza degna di un artista, con il sottofondo di un allegretto ma non troppo verrebbe fuori una magnifica sintesi di stati d'animo ed emozioni, la tela su cui è rappresentata la nostra vita.
Allora, vediamo, per quella domenica in ospedale, come colore il rosa va bene, e l'aggettivo adatto " dolce " è perfetto. Non poteva essere che rosa , perchè un giorno di festa ,senza esami, con i medici che ti vengono a far visita per dirti buongiorno, con un cielo azzurro come solo marzo te lo può dare in un anticipo di primavera, con l'affetto e il calore di chi ti sta intorno e ti vuole bene. Per l'aggettivo poi tanti sono i motivi e tanti sono stati gli effetti che quella "dolcezza " ha causato, come benefica terapia potenziando la mia capacità di reagire che giaceva sopita sotto un inutile vittimismo e un vuoto piangersi addosso.
Già dalla sera precedente con le mie "amiche " di stanza avevamo deciso di andare a Messa tutte insieme; così ci eravamo accordate per i turni in bagno della mattina, perchè per le nove dovevamo essere giù in cappella. Eravamo straordinariamente euforiche per una cosa così semplice ma per noi tanto bella perchè esulava da quella nostra routine di ansia e, diciamo pure di sofferenza. Ci eravamo addormentate serene in un clima che molto somigliava a quello che può respirare una scolaresca ad una gita scolastica.
Allora, vediamo, per quella domenica in ospedale, come colore il rosa va bene, e l'aggettivo adatto " dolce " è perfetto. Non poteva essere che rosa , perchè un giorno di festa ,senza esami, con i medici che ti vengono a far visita per dirti buongiorno, con un cielo azzurro come solo marzo te lo può dare in un anticipo di primavera, con l'affetto e il calore di chi ti sta intorno e ti vuole bene. Per l'aggettivo poi tanti sono i motivi e tanti sono stati gli effetti che quella "dolcezza " ha causato, come benefica terapia potenziando la mia capacità di reagire che giaceva sopita sotto un inutile vittimismo e un vuoto piangersi addosso.
Già dalla sera precedente con le mie "amiche " di stanza avevamo deciso di andare a Messa tutte insieme; così ci eravamo accordate per i turni in bagno della mattina, perchè per le nove dovevamo essere giù in cappella. Eravamo straordinariamente euforiche per una cosa così semplice ma per noi tanto bella perchè esulava da quella nostra routine di ansia e, diciamo pure di sofferenza. Ci eravamo addormentate serene in un clima che molto somigliava a quello che può respirare una scolaresca ad una gita scolastica.
domenica 3 ottobre 2010
Mi pettinavo e mi guardavo allo specchio: mamma mia, in che stato pietoso erano ridotti i miei capelli! Avevano proprio bisogno di una sistemata; quei giorni in ospedale li avevo trascurati e ora non li riconoscevo più. Benchè da tempo li portassi piuttosto corti, ci tenevo molto ai miei capelli, volevo che fossero sempre in ordine, ben pettinati e con colore e taglio ineccepibili, e ora? Ora avrei dovuto aspettare almeno per la piega se Marisa, la ragazza che lavorava con le mie parrucchiere non avesse dato la sua disponibilità a venire in ospedale; sarebbe stata lì quella domenica mattina sacrificando qualche ora del suo giorno di festa perchè mi era sinceramente affezionata e voleva dimostrarmelo. Cara e dolce ragazza! Ero contenta di questa piccola novità che veniva a rompere la monotonia delle giornate di ricovero, sarebbe stato come andare in libera uscita col cervello e non pensare per un po' a quello che stavo vivendo. Dei capelli, in verità mi interessava sì e no, sapevo che con la chemioterapia il rischio di perderli era molto elevato ed avevo assunto con essi lo stesso atteggiamento che avevo preso nei confronti del seno: non mi appartenevano più. E mi tornò in mente quello che era successo qualche settimana prima, quando per la prima volta in vita mia comperai un cappello per proteggermi dal freddo. Era particolare, un po' stile anni '30, a calotta con una piccola falda intorno; indossarlo e rabbrividire fu tutt'uno perchè allo specchio, ai miei occhi non apparve la mia immagine con un cappello, bensì una testa senza capelli, me lo ero tolto di colpo mentre sentivo il cuore battere forte. Erano le settimane in cui si insinuava il dubbio, l'ansia cresceva e ogni sensazione anche senza riscontro appariva esagerata. Ora invece attendevo gli eventi che avrebbero dato corpo ai miei timori o alle mie speranze.
sabato 2 ottobre 2010
Un piccolo mondo fatto di quattro realtà diverse in momenti non facili dell'esistenza; questo percepivo intorno a me e sembrava che al di fuori di quella stanza non ci fosse altro. Invece bastava affacciarsi al corridoio e altre situazioni ti venivano incontro e non potevi fare a meno di sentirti parte di un universo, una piccolissima parte. In verità dovrebbe essere sempre così, non focalizzarsi solo su se stessi pensando di essere gli unici perseguitati da una ria sorte, ma guardarsi indietro perchè c'è sempre chi segue, in difficoltà e a volte anche in solitudine. Prima che la mia malattia si manifestasse, riflettendo sulla mia vita fino ad allora, avvertivo dei brividi, pensavo che tutto potesse finire in un attimo e del resto per quale privilegio a me doveva essere risparmiato un qualcosa di spiacevole? Per questo ,anche se angosciata, non ho mai detto: perchè proprio a me? In seguito, con una ritrovata serenità sarei arrivata a dire persino: meglio a me ! Perchè scoprivo di avere una forza insperata e una grande volontà, due doni che tutti hanno in potenza ma non tutti riescono a mettere in atto.
In ospedale avevo tanto tempo per pensare a ciò che era stato e che poteva essere per me; avevo speso i tre quarti della vita in modo non giusto, l'avevo sprecato, ora volevo recuperare l'altro quarto e sentirmi finalmente appagata, dopo aver dato un senso alla mia esistenza.
Il sabato era terminato, e mentre le mie compagne dormivano, nel bagno parlavo al telefono con Valeria. Mi chiamava ogni sera, per farmi compagnia e augurarmi la buonanotte; a casa non succedeva sempre perchè la consideravamo cosa scontata e così eravamo lontane, ora invece, lontane fisicamente sentivamo il bisogno di essere vicine e lo facevamo in modo semplice , con poche parole e tanto amore.
In ospedale avevo tanto tempo per pensare a ciò che era stato e che poteva essere per me; avevo speso i tre quarti della vita in modo non giusto, l'avevo sprecato, ora volevo recuperare l'altro quarto e sentirmi finalmente appagata, dopo aver dato un senso alla mia esistenza.
Il sabato era terminato, e mentre le mie compagne dormivano, nel bagno parlavo al telefono con Valeria. Mi chiamava ogni sera, per farmi compagnia e augurarmi la buonanotte; a casa non succedeva sempre perchè la consideravamo cosa scontata e così eravamo lontane, ora invece, lontane fisicamente sentivamo il bisogno di essere vicine e lo facevamo in modo semplice , con poche parole e tanto amore.
venerdì 1 ottobre 2010
La mattina del sabato la nostra stanza fu al completo; infatti prima del passaggio dei medici era stata ricoverata Lucia, una signora di ottantotto anni che accusava un'eccessiva debolezza accompagnata da un esagerato pallore. Con lei erano il figlio e la nuora, quest'ultima in particolare molto premurosa nei suoi confronti tanto da sembrare proprio una figlia. Lucia, a differenza di mamma Ripalta e di Rosaria, aveva qualche difficoltà di adattamento; avrebbe voluto ricreare l'ambiente della sua casa, ritrovare i sapori della sua cucina, ristabilire le sue abitudini, i suoi orari anche a nostro discapito. Per il cibo ci avrebbe pensato Rosa, sua nuora che il giorno dopo le avrebbe portato la pizza con le cipolle e le orecchiette al forno, per il resto ci pensò mamma Ripalta, regina della convivenza, che le fece capire senza mezzi termini che il " mobilio " era di tutte, che se voleva dormire alle otto di sera poteva anche farlo ma con la luce accesa e se proprio le dava fastidio un bel fazzoletto sugli occhi le avrebbe dato l'oscurità necessaria. Straordinaria mamma Ripalta, capace di un umorismo semplice e schietto che le veniva spontaneo dalla sua natura gioiosa. Rosaria aveva assistito a quel "duetto " senza parlare ma annuendo prima ad una e poi all'altra per non far torto a nessuna delle due. Ed io? Beh , mi divertivo per quella diatriba, provavo tenerezza per Lucia che a tratti assumeva gli atteggiamenti indifesi e anche capricciosi di una bambina, e per Rosaria che non smentiva la sua natura estremamente accomodante e il buon carattere mite e generoso. Ero contenta e mi trovavo a mio agio con quelle compagne di stanza, care ed affettuose, nei miei confronti dolci e protettive, perchè per ognuna potevo essere una figlia che si trovava a dover fronteggiare una situazione difficile e aveva bisogno di forza e coraggio oltre che di tanta serenità. Per questo cercavano di non farmi pensare troppo, mi raccontavano le loro storie e mi incoraggiavano ad andare avanti sulla strada che avevo preso perchè era quella giusta.
Iscriviti a:
Post (Atom)