domenica 8 marzo 2020

I GIORNI PER L'ARCOBALENO (n.2) (Pizza a cena)





Nessun contatto fisico, il naso fuori casa solo per stendere il bucato, e auricolare fisso, in pratica cellulare no stop per tener compagnia a figlia in zona gialla.
Fine settimana atipico, ma ci sta, ai sacrifici non eravamo più abituati, però la trovo una bella sfida. È come tornare ragazza, quando la domanda... "esci?", era per dire... "oggi non si esce!". Corsi e ricorsi storici che fermano il tempo e azzerano l'età, gli anni che avanzano servono da allenamento.
Stasera poi... pizza fatta in casa, per fare la serata meno diversa dagli altri sabato sera, imponendoci di far finta di niente, guardando la TV. Ogni boccone un pensiero, ma tutto sommato il sapore resta uguale. Quel 7 marzo di un po' di anni fa invece era più amaro perché mancava l'esperienza elaborata nel tempo. E ricordando...
quella sera fu la prima volta, dopo tanto, che tutta la famiglia si ritrovò intorno alla stessa tavola a condividere non solo la cena, ma anche timori, ricordi, rassicurazioni.
Volevo sentirmi forte ma a tratti non riuscivo a trattenere le lacrime, guardavo i miei cari e tornavo a sentirmi protetta come in un nido sicuro. In quel momento poteva succedere qualsiasi cosa, avrei affrontato tutto, perchè non esiste malattia né sconvolgimento che possano impedire di continuare ad apprezzare la vita di tutti i giorni, noiosa quotidianità di piccole gioie gratificanti.
Avvolta da questa consapevolezza ricacciavo indietro le lacrime per lasciare il posto a dei brevi sorrisi.
Dovevo assolutamente darmi coraggio per continuare il cammino non piegata su me stessa, affrontando ogni difficoltà "di petto".
Così la serenità all'inizio forzata diventa con l'allenamento una valida strategia. Lucidità e coraggio.
E mi ritrovo dieci anni dopo, negli stessi giorni persino, a vivere un'analoga situazione critica ora "globale", che richiede ugualmente animi sereni, in attesa che tutto passi, e la gente torni a scambiarsi abbracci e qualche battuta, a mangiare insieme un sabato sera di quasi primavera.

I GIORNI PER L'ARCOBALENO (n.1)


Di seguito o un po' per volta, ho deciso che scriverò di questi giorni ad alterne emozioni, ne parlerò come dieci anni fa, prima e dopo quel 6 Marzo, proprio come oggi.
"Sto per scrivere di qualcosa che ha cambiato la mia vita...", fu davvero così, ora lo farò parlando della mia vita nell'ordine cambiato delle cose. Già, perché bastano poche ore perché tutto si capovolga, i ricchi scoprano di essere poveri a casa loro, e "i poveri" che in realtà poveri non sono mai stati, una volta tanto gioiscano ad essere secondi, per merito di un virus ritardatario.
Oggi, 6 marzo, dieci anni dopo... è stata una giornata "stravolgente". Due giorni fa chiusura di tutte le scuole, stamattina per disposizione della direzione sanitaria, sospensione del servizio di volontariato.
Meno gente c'è, meglio è... come contraddire? È più che giusto, il rischio di veicolare virus inconsapevolmente c'è, meglio fermarsi, è "muto aiuto", e per questo periodo è il massimo che si può, adeguarsi perciò sarà categorico.
Stravolgente... avrei potuto trovare altro termine, ma in un periodo come questo, mi si concederà pure un neologismo, una sorta di licenza poetica per addolcire qualche pillola amara. Il susseguirsi di notizie, è inutile negarlo, minaccia il Nostro equilibrio, e ci sarebbe anche da dire e ripetere all'infinito quanto danno fanno l'incoscienza, l'egoismo, il pressapochismo di certa gente, ma è ora tarda e questi discorsi certamente non si accompagnano al riposo della notte, quando la mente cerca un'oasi di ristoro.
Ne riparleremo, perché vuoi o non vuoi, i giorni sono questi, per il momento però vi lascio con l'inizio della mia favola, un "c'era una volta" dai colori dell'arcobaleno, e una data... guarda caso proprio quella...
C'era una volta il 6 marzo di un po' di tempo fa...
Volete che continui...? Un "si" o un "no", io aspetto e intanto potreste raccontare un po' di Voi, nei giorni difficili verso l'Arcobaleno.

sabato 7 marzo 2020

LE RISORSE




La forza, le risorse sono in ognuno di Noi, anche se non sempre siamo al top per crederlo. Gli eventi contrari e a volte il modo non giusto di affrontarli, solo sembrano "congelare" sentimenti ed emozioni, così che pare dover tutto finire da un momento all'altro, la stabilità, gli affetti, la vita stessa.
È la sintesi ulteriormente stringata del momento, all'improvviso e pare quasi ad occhi chiusi, siamo finiti nel mezzo di una "tempesta", di cui si vede lontana la fine, perché non c'è ancora alcuno squarcio d'azzurro.
Con la chiusura delle scuole su tutto il territorio nazionale davvero si è avuta la sensazione di essere giunti al capolinea e non poter scendere. Intanto era cosa dovuta per tentare di arginare i contagi, e intanto i centri commerciali al contrario sono aperti ed affollati. Forse la chiarezza di idee pure non è al top, proprio come lo stato d'animo degli insegnanti, dei genitori e tra un po' anche dei ragazzi, che passata l'euforia del primo momento, si sentiranno "fuori dal tempo". In mancanza di sole, mare e monti, o di abeti innevati e luccicanti, ognuno si chiederà... ho perso il conto?
Ansia e nervosismo, e poi incertezza... guai ad impaludarsi.
Un paio di giorni fa ho avuto uno scatto brusco verso mia figlia, vive nella "zona gialla", è un'insegnante precaria, in questa situazione lo è ancora di più. Tese entrambe, ci siamo scontrate al telefono, perché ognuna si è fermata su "ciò che è", invece di pensare a trasformarlo in qualcos'altro, ad esempio un' opportunità.
Da parte mia ieri, pentita ho fatto un passo indietro, andandole incontro, Lei ha trovato il modo di svolgere al meglio il Suo compito di insegnante anche a distanza, con le video lezioni, e devo ammettere che davvero è molto ma molto brava. Oggi abbiamo condiviso le Nostre esperienze e strategie di sopravvivenza in buona pace ed armonia.
Sempre al telefono, ovviamente e pure se non è stato l'ottimo dei giorni. Le risorse appunto sono in tutti, dobbiamo esserne solo consapevoli per potercela cavare in ogni situazione, semplice o complessa, persino "pseudo catastrofica".

venerdì 6 marzo 2020

DALLA PREGHIERA...





Una cosa che detesto ma proprio tanto è servirsi della messaggistica social per le "catene", hanno il potere di banalizzare ogni comunicazione, in questo periodo poi, alimentano l'ansia anche se sono... diciamo così... a fin di bene. E ne arrivano di ogni tipo, e quasi sempre in contemporanea, e poiché virali assai contagiose.
Sorvoliamo sul genere normale, è sufficiente non aprire il messaggio, anzi si può cancellare immediatamente, ma quando arriva un "invito a pregare a catena" come si fa? Io non accolgo l'invito perché è a catena, ma poi mi viene una sorta di magone, disagio, mi sento "credente part time", è giusto sia così?
Uhh, quante storie... mi pare di sentire... è un tuo problema, tienitelo e non scocciare.
Mica fa male pregare una, due, tre volte in più, e in compagnia, vicini o da lontano? Sicuro, non fa male. Ci mancherebbe.
Pregare è fondamentale per Chi si dice "cattolico". La fede cattolica è "cristiana" e necessariamente "mariana". Io sono cattolica, e professare la mia fede è recitare il Santo Rosario tutte le volte che ne sento l'esigenza... e non sono poche o rare... e proclamare il "Padre Nostro", la mia preghiera preferita. Per questo, è vero un Santo Rosario fa sempre bene, come preghiera d'abbandono e lode, ma appunto... sempre.
Tutto molto intimo per me. Un abbraccio mio con Dio.
Quando durante la malattia non riuscivo a recitare completamente il Padre Nostro, ebbi paura perché pensavo di non credere più. Invece, l'ho capito dopo, credevo a tal punto da "abbandonarmi" in piena fiducia. Fosse andata anche male, ero sicura, non avrei sofferto e poi... poi non sarebbe finita là dove era cominciata.
Questa convinzione mi fece recuperare la serenità, un senso "quasi" di onnipotenza che mai rasentò il delirio, perché... lo sapevo... non era tutto merito mio. La forza non era la mia, come pure la facoltà di decidere i tempi. In seguito è andata come è andata, ed io naturalmente ne sono stata felice. Lo sono ancora, ed ogni giorno vissuto non per me sola, è diventato così un'espressione di "gioia" per ringraziare. Credo che la preghiera di sole parole non abbia la forte valenza di opere fatte con Cuore sincero. È Pregare anche questo, ed è grande perché non stacchi mai ed ogni luogo è buono, e quando sei per gli Altri, Dio è sempre al centro come "motore" e "oggetto d'Amore".
Vai, nel modo più semplice che puoi, senza mai brancolare nel buio.
Una cosa che detesto ma proprio tanto è servirsi della messaggistica social per le "catene", hanno il potere di banalizzare ogni comunicazione, in questo periodo poi, alimentano l'ansia anche se sono... diciamo così... a fin di bene. E ne arrivano di ogni tipo, e quasi sempre in contemporanea, e poiché virali assai contagiose.
Sorvoliamo sul genere normale, è sufficiente non aprire il messaggio, anzi si può cancellare immediatamente, ma quando arriva un "invito a pregare a catena" come si fa? Io non accolgo l'invito perché è a catena, ma poi mi viene una sorta di magone, disagio, mi sento "credente part time", è giusto sia così?
Uhh, quante storie... mi pare di sentire... è un tuo problema, tienitelo e non scocciare.
Mica fa male pregare una, due, tre volte in più, e in compagnia, vicini o da lontano? Sicuro, non fa male. Ci mancherebbe.
Pregare è fondamentale per Chi si dice "cattolico". La fede cattolica è "cristiana" e necessariamente "mariana". Io sono cattolica, e professare la mia fede è recitare il Santo Rosario tutte le volte che ne sento l'esigenza... e non sono poche o rare... e proclamare il "Padre Nostro", la mia preghiera preferita. Per questo, è vero un Santo Rosario fa sempre bene, come preghiera d'abbandono e lode, ma appunto... sempre.
Tutto molto intimo per me. Un abbraccio mio con Dio.
Quando durante la malattia non riuscivo a recitare completamente il Padre Nostro, ebbi paura perché pensavo di non credere più. Invece, l'ho capito dopo, credevo a tal punto da "abbandonarmi" in piena fiducia. Fosse andata anche male, ero sicura, non avrei sofferto e poi... poi non sarebbe finita là dove era cominciata.
Questa convinzione mi fece recuperare la serenità, un senso "quasi" di onnipotenza che mai rasentò il delirio, perché... lo sapevo... non era tutto merito mio. La forza non era la mia, come pure la facoltà di decidere i tempi. In seguito è andata come è andata, ed io naturalmente ne sono stata felice. Lo sono ancora, ed ogni giorno vissuto non per me sola, è diventato così un'espressione di "gioia" per ringraziare. Credo che la preghiera di sole parole non abbia la forte valenza di opere fatte con Cuore sincero. È Pregare anche questo, ed è grande perché non stacchi mai ed ogni luogo è buono, e quando sei per gli Altri, Dio è sempre al centro come "motore" e "oggetto d'Amore".
Vai, nel modo più semplice che puoi, senza mai brancolare nel buio.

giovedì 5 marzo 2020

ESSERE LUCE




I capelli spettinati dal vento, la testa concentrata su alcuni pensieri, sempre gli stessi. Mi affretto su per le scale, mentre mi accoglie il rassicurante profumo del caffè del distributore automatico al primo piano.
Pare di essere a casa, sarei pure tentata a fermarmi ma ho dimenticato a casa il borsellino, decido e concludo che è meglio così.
Il lungo corridoio davanti, insolitamente percorribile dal giorno dell'ultima disposizione anti corona virus, alcun parente nella stanza, e... amen, c' hanno messo in castigo, decreta piccata la sorella di una paziente di ritorno dall'ennesima "andata e ritorno" .
Cammino in punta di piedi, devo raggiungere la meta, la "comfort zone" per ricompormi, essere presentabile, con la memoria ripulita e la dolcezza in tasca.
Che giorni difficili, survivor a pieno titolo durante un'epidemia ad aggiornamenti variabili.
Indosso il camice, mi fermo nella stanza accanto dove fa terapia una paziente che frequenta il gruppo...
Che cosa dirti, nei giorni scorsi mi è scoppiato il pavimento. All'improvviso ha fatto un rumore... pareva un tumore!
Tumore!?!... esclamo, va be' che pure lo fa il tumore un gran rumore...
E Lei con una sonora risata si libera dal significativo "lapsus freudiano".
L'autoironia è grande strategia, non è certo da Tutti, ma per fortuna Chi ne è capace, consapevole o meno, trova quasi sempre comprensione, accoglienza, benevolenza, ecc. ovvero tutte le virtù indispensabili, contemplate nel "manuale del volontario".
Come si potesse mettere in pratica una cosa così, suggerita o addirittura letta.
Meglio non soffermarsi su certi pensieri, si rischia la demotivazione, così vado oltre...
Ti ho riconosciuta mentre eri di spalle. Sei una luce!
Con Lei che non incontravo da un po' ci scambiamo baci a distanza di sicurezza, sulla punta delle dita, scintille di un'unica fiammella.
E tornano ora altre parole...
Voi siete lampade che devono far luce. Non si accende una lampada per tenerla nascosta, ma perchè illumini chi la vede.

martedì 3 marzo 2020

ANSIA... PAURA... ANGOSCIA




Emozioni quanto mai attuali nei giorni che stiamo vivendo, e comunque proprie dell'essere umano. L'ansia se non blocca può essere di stimolo, la paura è bene farsela alleata, l'angoscia si vince "rieducando" i pensieri.
Stasera all'incontro del GAMA si è parlato di questo, e non solo, abbiamo fatto anche esercizio di rilassamento.
In penombra e ad occhi chiusi, rilassando in progressione i muscoli del corpo, ognuno ha preso a respirare in modo regolare.
Respiri profondi ed espirazioni lente, mentre si cerca di visualizzare il ricordo che dà ansia, la minaccia che fa paura, l'angoscia che annulla il futuro. Si immagina di vedere tutto scritto davanti, una frase che frazionata dovrebbe alleggerire l'emozione, dovrebbe perché non è affatto certo. In tal caso si ricorre alla tecnica immaginativa, "Posto al Sicuro". Un ricordo felice, una canzone, un'attività (disegnare, cucinare, scrivere, ecc.) che ci fa stare bene.
Ma quali sono le differenze tra Ansia... Paura... Angoscia?
L’ansia sana è una normale reazione di adattamento a un’importante situazione della vita o ad un eventuale cambiamento. Quando l’ansia è più forte o cronica diventa una vera e propria patologia, in questo caso diventa una vaga sensazione di malessere, che si traduce in uno stato d’apprensione, di sconforto più o meno intenso, difficoltà a respirare, palpitazioni, sudorazione eccessiva.
La paura è un’emozione forte e intensa che sentiamo in presenza di una minaccia, può essere più o meno paralizzante, ma la paura è sempre preziosa perché mette in moto dei meccanismi di difesa in caso di pericolo. Anche se il pericolo è reale, la paura invece è soggettiva, poiché l’immaginazione gioca un ruolo importante nella percezione di quel dato pericolo. La paura è spesso accompagnata da reazioni fisiche come tremore o sensazione di perdita dei sensi.
La paura è comunque una sensazione più precisa, mentre l’angoscia e l’ansia sono più vaghe.
L’angoscia è un gradino ancora più su dell’ansia, è invasiva, inquietante e paralizzante per un afflusso di stimoli emotivi, poi sopraggiunge sotto forma di crisi, mentre l’ansia è di natura più cronica. La differenza tra l’angoscia e l’ansia è sottile. La medicina considera l’angoscia come una forma esasperata di ansia.
L'ansia è alla base di alcuni gravi disturbi, come il "bisogno di controllo" e il "disturbo ossessivo-compulsivo"
Il bisogno di controllo è tipico di coloro che hanno la paura costante che qualcosa possa andare storto. Non permette di rilassarsi né di lasciarsi andare e arriva a manipolare anche la vita dei propri cari.
Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo diffuso e cronico, caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni, che interferiscono con la vita quotidiana, causando un disagio significativo.
Entrambi i disturbi sono da considerare vere e proprie patologie, e se non c'è l'assoluta volontà collaborativa del soggetto durano anni e si può anche non guarire mai.

CIÒ CHE NON SI DICE... QUELLO CHE NON SI SA




I figli a volte, per non dire quasi sempre, per partito preso amano contraddire, pare un tira e molla, parlare e tacere, chiedere e rifiutare. Non vogliono palesarsi, mostrare il "bello" che è in loro, forse lo intendono sintomo di debolezza, e si armano di una corazza che copre l'anima.
Intanto sono simili a Noi molto più di quel che appare. Desideriamo questa cosa, lo speriamo tanto, ma spesso ci sembra impossibile, anche perché Loro non perdono occasione per sottolineare che è "assolutamente impossibile".
E non è così, perché "inconfutabilmente vero" che soffrono, amano, ricordano...
Invito a leggere il testo che segue, è stato scritto da Vincenzo, che da oggi è in questo gruppo. È mio nipote, e anche qualcosa in più, io lo chiamo "mio figlio di latte", perché da piccino ne prese un po' del mio, una sera...
Oggi leggendo mi sono così emozionata da sentirmi fiera di Lui, per quanto è stato bravo ma pure per quanto è bello dentro.
Oltre un metro e novanta di sensibilità...
"Ventotto, ventinove, trenta".
Da piccolo giocavo a contare i gradini mentre salivo le rampe di scala nell'androne di quel palazzo in viale Di Vittorio. Tutte le volte sempre così, fino al campanello e alla porta d'ingresso che puntualmente trovavo aperta dopo l'annuncio al citofono.
Mi fiondavo in casa ed erano baci ed abbracci.
"Trentuno, trentadue, trentatré".
Nella testa sfilano in rapida sequenza i pranzi domenicali, i ravioli al sugo, le braciole, le riunioni natalizie in famiglia, i sabato sera trascorsi tra una scazzottata con Bud e Terence e le smorfie di Corrado e del maestro Pregadio.
Impossibile stabilire quante volte abbia varcato quella soglia: di sicuro c'è che non ci ho mai esitato davanti. Eppure, stavolta, mi sento frenato come se una mano mi trattenesse dal giubbotto. Il viaggio in treno- inaspettatamente lungo- mi ha stancato e impuzzolito tanto che, a quella mano immaginaria, il giubbotto lo lascerei volentieri.
La porta è socchiusa, la spingo con una mano e come sempre ad accogliermi c'è la consolle all'ingresso, con la sua grande specchiera. Adornata da putti, frutta e motivi floreali scolpiti, è sempre stata l'orgoglio di mia nonna per cui rappresentava il biglietto da visita della casa. Ho caldo, sono pure sudaticcio e finalmente mi sfilo quel maledetto giubbotto che si è fatto incredibilmente pesante.
Di fronte a me si staglia il lunghissimo corridoio che porta alla cucina e alle altre stanze: come in attesa di chissà cosa, stazionano volti familiari che mi guardano, riconoscendomi. Li saluto frettolosamente mentre gli sfilo in mezzo e tiro dritto verso la sala da pranzo. Nella stanza saranno in quindici almeno.
La tenda davanti alla porta finestra si muove al ritmo del leggero soffio di vento che offre attimi di ristoro. Il termometro esterno indica 17 gradi, in un febbraio che tradisce l'inverno e strizza l'occhio alla primavera.
L' importante lampadario in ferro lavorato con i suoi pendagli in swarovski sembra osservare tutta la stanza dall'alto, mentre l'arazzo sulla parete a destra mostra fiero le sue scene di caccia. A sinistra, l'orologio a pendolo e la cristalliera, custode di servizi di piatti e suppellettili di ogni foggia. Pure la bomboniera ricordo del mio battesimo è sempre lì dentro.
Tutto è dov'è sempre stato.
Tutto o quasi.
Il massiccio tavolo in legno al centro della stanza non c'è.
Da buon meridionale non mi sono mai chiesto perché continuiamo ad osservare certe tradizioni, usi e costumi; sono evidentemente parte di me ed è probabilmente per questo che non mi ha mai impressionato vedere una bara nel bel mezzo di una stanza, in un appartamento.
Ma stavolta è diverso, un dritto in pieno volto avrebbe fatto meno male.
Vincenzo de Filippo.
Si chiama come me, o meglio, io mi chiamo come lui ed è lì dentro, vestito di tutto punto e circondato da merletti e cuscini rivestiti di raso bianco.
Spesso mi sono sentito dire che Vincenzo non fosse un granché come nome ma la cosa non mi ha mai infastidito.
Anzi, me ne sono sempre fregato. La verità è che di quel nome ho sempre sentito il peso, manco fossi l'ultimogenito della stirpe Maldini. Avverto una grande responsabilità nell'indossare il nome di una persona la cui fama di uomo integro, buono, generoso all'inverosimile, lo ha sempre preceduto.
E, come se non bastasse, qualche anno prima ci si era messo pure lui a ricordarmi che quella era l'eredità più importante che mi avrebbe lasciato: come nel più classico passaggio di consegne, in un 5 aprile, il giorno del nostro onomastico, mi donò un suo bracciale che ormai teneva custodito tra gli oggetti preziosi. Un bracciale d'oro dal peso indefinibile e dalle grandi maglie, unite da una piastrina su cui è inciso il nome che portiamo entrambi.
Me l'aveva promesso.
E gli sguardi di chi è qui a salutarlo sembrano confermarmi quella responsabilità che percepisco.
Mio padre ed i suoi tre fratelli sembrano guardie di piantone che da diversi angoli della stanza lo sorvegliano da lontano. Appena possono lasciano a turno la postazione di guardia, gli si siedono accanto e gli si avvicinano all'orecchio quasi a volergli parlare.
Gli occhi gonfi, i volti rigati dalle lacrime mi confermano una volta di più che alla morte non ci si abitua mai, neppure quando è annunciata.
Ogni tanto si fa spazio anche qualche sorriso, certo, ma è il solito dolore che gioca concedendo attimi di tregua per portarti sull' ottovolante delle emozioni. Quando cominci a provare sollievo, quello ti riporta giù in un attimo, mica puoi distrarti.
Guardo mio padre, è fermo lì con lo sguardo di chi è altrove con i pensieri ma comunque lucido e costantemente connesso col mondo circostante.
Una certezza, come sempre.
"Li facciamo entrare? Tra un po' è ora di andare" comunica mio zio ai suoi fratelli, riferendosi all'arrivo dei necrofori. Nel giro di un paio d'ore dobbiamo trovarci in chiesa per il funerale.
Ecco, se fra cento anni dovessero chiedermi quale sia il momento con maggiore impatto emotivo che io ricordi, sono assolutamente certo che risponderei descrivendo gli attimi in cui quelli in giacca e cravatta hanno iniziato a sigillare la cassa. Credo che la visione di quella scena dovrebbe essere vietata a chiunque: per quanta esperienza tu possa aver maturato e seppure tu abbia abbastanza primavere da averne viste tante, quel momento è impareggiabilmente straziante.
Mio padre è distante un paio di metri per non essere d'intralcio e no, non ce l'ha fatta, e si è finalmente abbandonato alle lacrime.
Scendono via incontrollate, testimoni di una separazione insopportabile. Scendono incontrollate su un volto che cerca di non tradire sofferenza con le sue espressioni.
È la prima volta che lo vedo in quel modo, o forse è solo la prima volta che vivo una circostanza del genere con coscienza adulta.
I tempi si fanno tremendamente lunghi: dopo aver chiuso il feretro con uno spesso guscio di alluminio (o almeno credo lo fosse), viene saldato a caldo al legno, accuratamente.
Mimmo, mio padre -all'anagrafe Domenico- è fermo, immobile, con le lacrime che scendono lentamente e gli occhi che non smettono di gonfiarsi e ogni tot si asciuga con un fazzoletto che stringe in una delle mani che tiene incrociate davanti a sé.
Non è la prima volta che avverto l'istinto di farlo ma di sicuro è la prima volta che rompo gli indugi: mettendo da parte quello sciocco pudore che aveva sempre frenato gesti simili, lo affianco e lo abbraccio tenendolo per il fianco destro. Passano una manciata di secondi e mio fratello, dalla parte opposta, fa lo stesso. E restiamo così per tutto il tempo delle operazioni.
Nella tristezza, sono felice.
Cosa rappresentasse mio nonno per mio padre l'ho capito nella notte del 31 dicembre, neppure due mesi prima.
Le lenticchie, lo zampone, la tovaglia ed i tovaglioli rossi; lo spumante e il panettone, la tombola ed il conto alla rovescia.
Mio padre era lì con noi, alla tavola del nonno materno, ma solo fisicamente.
Per cui, dopo cena, poco dopo le 23, ha lasciato la festa a cui non voleva partecipare.
E sebbene suo padre fosse acciaccato e ormai a letto da tempo, probabilmente già dormiente, ha atteso la mezzanotte da lui e con lui. Da soli.
Lo avrei seguito se fossi stato un uomo fatto e finito. Ma non l'ho fatto.
Ma chi mai avrebbe preferito il silenzio di una stanza -con tutta l'aria di una stanza da lungodegenza- ai fuochi d'artificio e all'aria di festa in cui erano tutti?
Non mi ci è voluto molto per rispondere che si, solo chi è innamorato lo avrebbe fatto.
E lui lo era.
In quel gesto ho visto esprimersi tutta la riconoscenza di un figlio verso il proprio genitore.
È un insegnamento impresso a fuoco sul cuore.
Ed è qui quella che considero la seconda fregatura della mia vita: assieme al nome di mio nonno porterò pure l'insegnamento di una coscienza a cui dovrò sempre render conto di tutto ciò che faccio, dando peso ad ogni gesto perché sia nel buono e giusto.
E diamine, avrei preferito in dono un pizzico di superficialità in più, quella che sarebbe bastata a non condannarmi ogni volta che faccio una cazzata, come fossi Lucifero davanti a Dio. O peggio, come davanti a Mara Maionchi di fronte ad una performance imbarazzante. Per me è no, Vincenzo!
Il compito è arduo e il cammino tutto in salita: sono sulla soglia degli "anta" e alle calcagna ho le crisi esistenziali che cercano in tutti i modi di attirare la mia attenzione.
Non so ancora cosa farò da grande - si, lo so che i quaranta sono dietro l'angolo! - ma so esattamente cosa voglio essere.
Io voglio essere Vincenzo e Mimmo.
Mi piace immaginare che a mio nonno sia già arrivata voce, mentre spero che qualcuno lo faccia leggere a mio padre perchè, ahimè, mai riuscirei a dirglielo in faccia.
Prima o poi, chissà, capirò perché è così facile mandarsi a cagare e così difficile parlare d'amore.
Metto il punto, "salva oggetto con nome", chiudo word.
Nicola di Bari gira su Spotify, in cuffia.
"La prima cosa bella che ho avuto dalla vita..."
Piango.
Buona vita a me.