martedì 30 novembre 2010

"Mi raccomando, Teresa, corti corti." "Certo, facciamo la base per la parrucca, non ti preoccupare." Le forbici andavano veloci e le mie ciocche di capelli cadevano sul pavimento, niente di diverso da altre volte, li tagliavo spesso perchè mi piacevano di più e trovavo che mi donassero molto, però questa volta era diverso, in un certo senso ero stata costretta ed ora pensavo a chissà quando avrei potuto avere i capelli come prima. Mi guardavo allo specchio però, ed era come se vedessi un'altra persona, inconsciamente mi staccavo da quello che ero stata fino ad allora per diventare un'altra che accettasse e vivesse la nuova condizione. Quando il taglio fu completato, Teresa mi sistemò la parrucca e l'adattò al mio viso sfilzando qualche ciocca qua e là, poi MI pettinò, uno spruzzo di lacca... ed ero pronta ad affrontare la MIA NUOVA VITA. Un ultimo sguardo allo specchio... SI', MI PIACEVO PROPRIO! Forse,forse MI PIACEVO ANCHE DI PIU'. Ecco quella era la mia nuova immagine e quella sarebbe stata per i prossimi mesi. La mia mente aveva cancellato la vecchia, era inutile stare a piangersi addosso, anzi conveniva trovare subito il lato positivo della cosa, ed io l'avevo trovato nel vedermi meglio di prima, e di conseguenza ancor meglio, con serenità e maggior sicurezza mi sarei proposta all'esterno, così tutti mi avrebbero visto sotto una luce diversa: SEI PER GLI ALTRI QUELLO CHE VUOI ESSERE, E IN QUESTO RIESCI NELLA MISURA IN CUI CI CREDI. Mi dicevo così, me lo gridavo quasi per stamparmelo bene nel cuore e nella mente,sarebbe stata la regola numero uno per poter continuare ad... andare avanti senza mai offrire di me un' immagine di sofferenza, di disperazione; fosse stato anche per poco avrei sempre combattuto con grinta e con il sorriso, perchè allora cominciavo ad apprezzare davvero la vita, la trovavo straordinariamente bella e valeva la pena tenersela ben stretta anche se per il momento dovevo condividerla con il cancro.
Avevo deciso che non avrei aspettato di vedere i miei capelli cadere a ciuffi e i restanti come atolli sperduti nell'oceano, così programmai per quel pomeriggio del giorno dopo la prima chemio, di andare dalle mie parrucchiere, Antonietta e Teresa a tagliare i capelli. Non li avrei rasati completamente, me ne mancava il coraggio, vedermi subito calva, non l'avrei retto, però li avrei fatti corti corti, stile soldato Jane per intenderci, e subito, immediatamente avrei indossato la parrucca. L'avevo già da un paio di settimane, ma era ancora chiusa nella scatola, protetta da una rete impalpabile, mentre la testina, supporto nei momenti di non utilizzo, giaceva in una busta dentro il ripostiglio. Non nascondo che all'inizio mi aveva fatto un po' impressione, indossata la prima volta mi sentivo  mascherata, con impaccio e con un impiccio in testa, prurito, sudore facevano il resto. Mah, mi dissi, chissà se la sopporterò??! L'alternativa, restare senza capelli ed uscire con la testa coperta da un foulard o da un cappello, non mi piaceva proprio, l'immaginarla soltanto mi metteva tanta tristezza, allora mi conveniva abituarmi e anche presto. Era necessario che io guardandomi allo specchio mi piacessi perchè potessi porgere agli altri un'immagine piacevole e serena di me, sarebbe stato uno sdrammatizzare la malattia stessa e contemporaneamente avrei trasmesso un messaggio di speranza: niente è impossibile se si ha la forza di trovare le mille strategie per combattere e superare un momento tanto difficile.
Scesi da casa con parrucca al seguito e andai da loro, Antonietta e Teresa. Nel vedermi sorridente, con il viso rilassato che non mostrava alcuna sofferenza, restarono incredule; anche loro come tanti erano convinte che la chemio fosse una terapia devastante, una sorta di Attila che dove passava lasciava segni inequivocabili. In verità lo avevo creduto anch'io prima di viverla, in seguito, pur riconoscendole effetti collaterali piuttosto forti ma passeggeri, mi sarei ricreduta e sarei arrivata persino a ringraziarla.

lunedì 29 novembre 2010

Mi sono messa sempre in discussione... sempre e senza attenuanti. La malattia non mi ha esonerato da questo, continuo a... farlo. Mi chiedo, dove ho sbagliato?! Se conosco il suo carattere perchè resto ferita da certi  atteggiamenti? Certamente do per scontato che capisca la mia vulnerabilità, la mia voglia disperata di "risorgere" dal buio di un momento difficile, e dall'altra parte invece è scontato che io l'abbia già fatto. Niente di tutto questo. E' una conquista quotidiana la vita che cerco di riprendermi, la comprensione e l'amore di chi mi sta vicino. Pur consapevole di ciò, non riesco ad evitare lo scontro, forse perchè mi sento destabilizzata, vorrei più certezza e quando mi sembra di averla raggiunta mi sfugge di nuovo, per una parola di troppo o per un abbraccio di meno. Nel momento di maggior presenza da parte sua ho chiesto scusa, per non aver capito, per non aver amato abbastanza; ora sbaglio di nuovo, ma perchè? Probabilmente manca l'umiltà di mettersi a nudo, farsi capire mettendo in gioco quello che si è nel più profondo di se stessi. Però si è sempre in tempo per recuperare quando il legame è molto forte ed io lo desidero con tutto il cuore per potermi sentire sicura e protetta  come quando nelle situazioni difficili mi sentivo accarezzare i capelli ed incoraggiare ad andare avanti senza paura perchè non sarei mai stata sola. Ma non basta; la sensazione di sicurezza così donata mi permetterebbe di essere vicino a lei, mia figlia, senza riserve, di gioire a pieno con lei, di vivere le sue ansie con la medesima intensità, senza timore di "essere troppo," troppo ansiosa, troppo ripetitiva, troppo appiccicosa. Voglio sentirmi libera di darle il mio affetto per come ne sono capace, ma non posso non capire che lei vuol essere amata per quello che è, schiva dei suoi sentimenti, parca di effusioni esagerate, ostinata nell'orgoglio. Ho sempre saputo che era diversa da me, non ho mai voluto ammettere che era unica.

sabato 27 novembre 2010

Quando quaranta giorni fa ho finito con la chemioterapia il dottor Antonio me lo aveva detto: " Oggi ti licenzio,  ma se talvolta ti sentirai sola e non capita potrai sempre tornare, perchè, lo sai qui la porta è aperta." Lo aveva detto, io avevo colto la palla al balzo ed ero tornata dopo tre giorni con la scusa di accompagnare mio padre. Ero tornata non perchè mi sentissi già sola e non capita, ma per non sentirmi sola ed essere capita. Poi ero andata il venerdì successivo e l'altro ancora perchè c'era Rosa che non aveva ancora finito e allora, vedendomi di continuo mi aveva apostrofato con una battuta: "Ma è vero che hai nostalgia della chemio?" Ed io di rimando:"Un po' sì, se ve ne avanza una, magari..." E di nostalgia si trattava, sia ben chiaro, non dell'ago che cerca disperatamente la vena o delle tre ore trascorse in completa immobilità, bensì della protezione, della comprensione che in quell'ambito non mi erano mai mancate. "Allora torna, puoi venire a fare volontariato, a sostenere gli altri, ad incoraggiarli, nessuno lo può fare meglio di te che è passata attraverso la terapia e l'ha superata con serenità." Qualora mi fosse servita l'autorizzazione, adesso l'avevo ottenuta, sarei tornata senza timidezza nè imbarazzo con la speranza di aiutare altri, con la certezza  che avrei dato supporto al mio equilibrio. Oggi è un altro venerdì; stamattina mi sono preparata e per andare in ospedale ho preso l'autobus, come sempre, non la mia auto, perchè la tensione per la guida, il nervosismo per la ricerca vana del parcheggio non mi rovinassero lo stato d'animo in vista di qualcosa che davvero mi faceva star bene. Il tragitto in questa maniera diventa un'occasione in più per pensare, osservare ed imparare; pensi a ciò che eri e adesso sei, osservi il mondo esterno e lo apprezzi, impari dai discorsi di coloro che viaggiano con te. Stamane si parlava di Natale in autobus, di turni di lavoro, di programmi, e la mia mente è tornata al Natale dello scorso anno quando è cominciata tutta questa storia che mi ha cambiato così tanto, forse in meglio, chissà... certamente mi ha fatto trovare un coraggio e una serenità mai avuti prima. Questo pensavo mentre guardavo fuori la pioggia che batteva sul vetro del finestrino. E oggi la pioggia mi piaceva e tanto.

venerdì 26 novembre 2010

Un pochino stanca mi sentivo; mi muovevo in casa cercando di mettere ordine ma ero deconcentrata e ogni tanto forte era la necessità di sedere, quasi mi mancava il respiro. Che pretendevo? Non potevo lamentarmi, era già molto NON AVER VOMITATO, essendo questa la peggior cosa che ritenevo potesse capitarmi. Pazienza! Mi ripetevo ancora, passerà; poi, cauta passavo da una faccenda all'altra senza stancarmi, concedendomi lunghe pause magari sfogliando una rivista o appuntando qualche riflessione sul mio diario. Avevo incominciato a scrivere ciò che provavo sul blocchetto dove di solito annotavo la lista della spesa, proprio il giorno che Betty era peggiorata e aveva trascorso tutto il tempo senza staccarsi da me, a poche ore dalla morte, poi c'era stata  la mia malattia... Avevo trovato il modo di metabolizzare quei due eventi così improvvisi e drammatici sottoponendomi a una sorta di autoanalisi: svisceravo le mie emozioni, fortissime, le mettevo sulla carta, rileggevo piano, le lacrime con potere catartico mi liberavano dal peso che avevo dentro. Così avevo continuato e ancora continuo a... farlo.
Era quasi mezzogiorno quando mi resi conto che qualcosa in tavola avrebbe dovuto pur esserci; in realtà la nausea mi impediva anche il solo pensare al cibo, ma la nausea, appunto, era la mia e non di quelli che si trovavano purtroppo a condividerla, quindi che fare? Per quel giorno, niente paura! Pasta con l'olio per tutti, così si rimaneva leggeri, ci si disintossicava dall'abbuffata pasquale ed io, necessità primaria e indiscutibile, non sentivo odori. Mi comportavo da egoista? Ma no! Mi ritagliavo solo un altro pezzetto di cura e attenzione, non lo avevo mai fatto prima, ora me lo dovevo. E avevo ricordato i "compiti a casa"? Certo! Protettore per lo stomaco più compressa per l'ipertensione al mattino, pillola antinausea a mezzogiorno e alla sera avrei preso quella per il colesterolo. Tutto col massimo scrupolo, tutto per cavarmela al meglio e sempre.

giovedì 25 novembre 2010

"Mamma mia, sono già le nove!" Avevo guardato l'orologio sul comodino e mi ero resa conto che, secondo i miei canoni di risveglio, era davvero troppo tardi. "Devo sbrigarmi!" Mi alzai e in fretta mi stavo dirigendo al bagno. In fretta? Ma perchè poi?! Mi fermai anche a causa delle gambe che non sentivo ben stabili e mi posi a pensare quasi stordita, un po'come succede quando di notte ti svegli e non sai se quello che credi aver visto poco prima sia sogno o realtà. In quell'ultimo periodo i miei ritmi erano di forza diventati più lenti, per l'ansia che mi aveva tolto la lucidità persino nell'agire; capitava allora che facessi più volte la stessa cosa senza pensarci e in questo modo non andavo avanti. Ora, quasi euforica per aver ottenuto una piccola vittoria sulla malattia, volevo darmi una mossa, ma in effetti ... non c'era alcuna ragione valida per farlo. Intanto erano ripresi i forti crampi allo stomaco: colpa della chemio? Ma no, dovevo fare colazione e per la serie "le trasgressioni non finiscono mai" decisi di mangiare ancora in pigiama, cosa fino a quel momento per me inaudita. Inaudita perchè frutto di un retaggio atavico attribuibile a mia nonna, donna dall'opinione saggia ma a volte troppo categorica: "una madre di famiglia che se ne va in giro per casa in camicia da notte (ai suoi tempi il pigiama lo indossava solo l'uomo) è sciatta e perditempo, invece si deve alzare presto, lavarsi, vestirsi e mettere il grembiule." Tradendo col sorriso quel principio che avevo fatto mio, andai in cucina a prepararmi qualcosa da mangiare; presi la bottiglia del latte dal frigo, ma già a guardarla mi sentii venire qualcosa in gola. Il latte no, non era il caso, allora...ecco avrei preso il tè, il tè andava benissimo, ben caldo con una fettina di limone. E da mangiare? I biscotti...no, non m'ispiravano, una merendina? No, proprio no. Però delle fette biscottate con la marmellata le avrei mangiate volentieri... Contenta di questa folgorante e decisiva illuminazione presi dalla credenza un barattolo di marmellata di fragole, la mia preferita, poi apparecchiai un lato del tavolo con un'allegra tovaglietta all'americana e quando il tè fu pronto cominciai a spalmare con cura la confettura sulle fette. Finalmente dicevo addio per sempre a tutte quelle colazioni rimaste sullo stomaco perchè consumate troppo in fretta e sempre in piedi; ora volevo dedicarmi qualche attenzione in più e cominciavo da lì, da un piccolo rito quotidiano.

mercoledì 24 novembre 2010

Così aprii gli occhi al nuovo giorno; un bacio sulla fronte, il buongiorno del compagno della mia vita. "Come ti senti, Mary?" "Bene!" Mi meravigliai io stessa della risposta che mi era venuta pronta. Era andata! Il giorno prima avevo fatto la chemio e stavo bene. Niente di rilevante e mi stupivo degli... attributi che mi ritrovavo. Quanto coraggio avevo messo fuori , quanta voglia di vivere a dispetto del tumore, della terapia e di tutto quello che ne sarebbe derivato. Mi dicevo: due giorni fa stavo piangendo perchè non conoscevo ciò che dovevo affrontare, con i miei gesti di sconforto sono arrivata al punto di offendere chi amo, senza ritegno mi sono lasciata trascinare dall'impulso del momento, oggi è un altro giorno, sono qui, penso, parlo, guardo il sole e ne posso sentire il calore; ho vinto la prima di tante partite e voglio continuare a... giocare le altre e  le vincerò tutte perchè mi sento forte. In effetti una nuova carica mi dava energia, dovevo riconoscere però che non era tutto merito mio. Avevo tanto pregato, ma pregato con parole semplici, a tu per tu con il Buon Padre, mi era sembrato che mi avesse dato più ascolto, Gli avevo chiesto di darmi la forza, accettavo la Croce ma così com'ero non potevo farcela a reggere. Adesso con le stesse parole semplici lo avrei ringraziato, sicura di poter andare avanti sempre con il suo aiuto.
Indugiai a letto quel mattino; la sera precedente avevo messo la caffettiera sul fornello, preparato la tovaglietta con la tazzina e la compressa per mio marito, ora avrebbe potuto fare da solo. L'odore del caffè cominciò a diffondersi per la casa, arrivò anche in camera da letto: un nodo mi bloccò la bocca dello stomaco. Eh sì, ecco la nausea, pensai, feci chiudere la porta e mi appisolai di nuovo. Com'era strano per me stare ancora a letto a quell'ora, ma ormai dovevano cambiare molte cose, prima di tutte avrei dovuto pensare un po' di più a me stessa e riposare, poi capire finalmente quali fossero i miei reali bisogni e desideri e dar loro priorità. Non avrei certo dimenticato di essere figlia, moglie e madre, anzi guardando in me stessa sarei sicuramente diventata figlia, moglie e madre migliore.