giovedì 18 novembre 2010
La solidarietà era anche al centro dell'evento cui ho partecipato ieri, la solidarietà che può dare speranza all'attesa della donazione per il trapianto. L'incontro era strutturato come una tavola rotonda, ma a parlare non erano illustri luminari, ma gente comune che in qualche modo sono venuti a contatto con questa triste realtà. Di conseguenza il coinvolgimento è stato notevole soprattutto quando a narrare la sua esperienza è stata mamma Eva, madre di Raffaella, giovane medico veterinario morta a causa di un incidente cinque anni fa. Con la voce rotta dalla commozione ha parlato della straordinaria vitalità di sua figlia, di come una morte ingiusta l'avesse strappata loro e come fossero riusciti a sublimare quel dolore donando i suoi organi e salvando la vita a ben sette persone. In casa loro da sempre c'era stata la cultura della donazione, così era venuto spontaneo pur in un momento così tremendo questo immenso gesto d'amore. Eva era la testimonianza della donazione, Antonello quella dell'attesa, vissuta sì nel dramma della dialisi, ma con una grande gioia di vivere, adattando la malattia alla sua esistenza; accanto a lui sua moglie Maria Grazia, fedele compagna dal ruolo determinante nelle mille difficoltà. L'organizzatore dell'evento, nonchè moderatore, è stato il portavoce della propria esperienza di trapiantato. Franco, che conosco praticamente da una vita, medico chirurgo, si è trovato all'improvviso a dover vivere grazie alla dialisi; l'aveva presa molto male, non riusciva giustamente a farsene una ragione, ed è stata sua madre donandogli un rene a farlo nascere per la seconda volta. Alcuni medici hanno parlato delle sensazioni provate stando accanto a chi soffre, del giusto e difficile modo di relazionarsi, un sacerdote ha rappresentato il sostegno per credere e sperare. La speranza! Torna sempre questa parola, a volte astratta ma sempre tanto concreta per chi è nella condizione di doverci credere per trovare la forza e continuare ad... andare avanti. Così come è narrato nel libro, "Passaggi di vita", sempre presentato ieri, in cui l'autrice raccoglie storie di vite vissute e salvate dalla comune speranza di chi ha donato e di chi ha ricevuto. Per ognuno di noi far propria la cultura della donazione è un atto dovuto che ci svuota di egoismo e offre senso autentico alla nostra esistenza: una briciola di immortalità ad un frammento di materia.
mercoledì 17 novembre 2010
Nel pomeriggio, poi, ho partecipato ad un evento bellissimo, tenuto all'Ordine dei Medici della mia città, "L'attesa della donazione verso il trapianto-I Protagonisti", a cura dell'ANED, l'associazione nazionale emodializzati e trapiantati. Di questo incontro è mia intenzione parlare in modo più dettagliato, tanta è l'importanza dell'argomento, per ora mi soffermo a dire che oggi mi sono ritrovata anche un'apertura e una disponibilità diversa nei confronti della sofferenza in generale e dei problemi particolari che da essa scaturiscono. Non sono forse una ricchezza anch'esse?
A conclusione di questa giornata, un parziale bilancio in attivo della mia storia, parziale perchè non finisce certo qui, tornata a casa ho trovato un messaggio di un'amica, operata al seno e attualmente in trattamento chemioterapico, che mi chiedeva aiuto perchè aveva la febbre e tanta paura. Chi fa la chemio e ha un rialzo febbrile deve comunicarlo al proprio medico tempestivamente perchè può essere sintomo di un'infezione che va curata in modo appropriato, quindi la paura è comprensibile ma è anche arginabile perchè oggi a tutto c'è rimedio grazie alla ricerca che se pur lentamente va sempre avanti. A lei, a Manu, ho cercato nel mio piccolo di infondere un po' di speranza in più, l'ho incoraggiata, l'ho invitata a continuare a... sorridere, così come altri hanno fatto con me, perchè questa catena di solidarietà diventi sempre più grande e non abbia mai fine.
martedì 16 novembre 2010
Per il resto del giorno mostrai una calma apparente. Mi vergognavo come una ladra e così alla tensione avevo aggiunto anche il senso di colpa per aver scatenato un putiferio e guastato la festa a tutti. Dio, ma perchè non avevo seguito il mio istinto quella mattina e non ero rimasta a casa? Parlai poco e niente anche sulla strada del ritorno; mio marito che ben mi conosce, sapeva che era molto meglio non aprire alcun argomento o, peggio ancora, farmi domande sull'argomento del giorno: tutto il malumore, allora, si sarebbe scaricato su di lui.
Giunta a casa Valeria mi chiese di quella giornata e inevitabilmente tutto ciò che avevo nel cuore venne fuori con rabbia e dolore. Non ce l'avevo con nessuno e ce l'avevo con tutti, anche con me stessa perchè non riuscivo nonostante lo sforzo immane, a vincere la paura, perchè di paura si trattava: paura del dolore fisico, paura di restare senza capelli, paura di non farcela. Inveii a parole contro i miei familiari che cercavano di confortarmi ridimensionando ogni mio timore. Eh già, tanto ero io che dovevo affrontare tutto mentre per loro era facile limitarsi a guardare; questo era il mio pensiero e glielo vomitavo addosso con crudeltà, incurante di quanto potesse esser grande anche la loro sofferenza. Piangendo andai in camera da letto e di nuovo come qualche giorno prima, svuotai l'armadio e gettai con foga maglie , gonne e pantaloni sul letto, poi, asciugate le lacrime, rimisi tutto a posto con calma. S'era fatto ormai tardi, si concludeva una delle giornate più brutte; mi preparai una camomilla e mi misi a letto,credendo che avrei stentato a prender sonno. Chissà come sarebbe andata l'indomani, a quella stessa ora come mi sarei sentita!? Piano piano gli occhi già appesantiti dalle tante lacrime, tendevano a chiudersi, mi addormentai pensando che comunque ogni cosa sarebbe passata lasciandomi un'esperienza in più per continuare a... vivere.
Giunta a casa Valeria mi chiese di quella giornata e inevitabilmente tutto ciò che avevo nel cuore venne fuori con rabbia e dolore. Non ce l'avevo con nessuno e ce l'avevo con tutti, anche con me stessa perchè non riuscivo nonostante lo sforzo immane, a vincere la paura, perchè di paura si trattava: paura del dolore fisico, paura di restare senza capelli, paura di non farcela. Inveii a parole contro i miei familiari che cercavano di confortarmi ridimensionando ogni mio timore. Eh già, tanto ero io che dovevo affrontare tutto mentre per loro era facile limitarsi a guardare; questo era il mio pensiero e glielo vomitavo addosso con crudeltà, incurante di quanto potesse esser grande anche la loro sofferenza. Piangendo andai in camera da letto e di nuovo come qualche giorno prima, svuotai l'armadio e gettai con foga maglie , gonne e pantaloni sul letto, poi, asciugate le lacrime, rimisi tutto a posto con calma. S'era fatto ormai tardi, si concludeva una delle giornate più brutte; mi preparai una camomilla e mi misi a letto,credendo che avrei stentato a prender sonno. Chissà come sarebbe andata l'indomani, a quella stessa ora come mi sarei sentita!? Piano piano gli occhi già appesantiti dalle tante lacrime, tendevano a chiudersi, mi addormentai pensando che comunque ogni cosa sarebbe passata lasciandomi un'esperienza in più per continuare a... vivere.
lunedì 15 novembre 2010
domenica 14 novembre 2010
Sicuramente per loro non c'era bisogno di questo gesto perchè fossero le sorelle speciali che sono ma per me era necessario dimostrare in modo palese la gratitudine e quanto io mi sentissi legata a loro. Commosse erano rimaste un tantino perplesse. "Dai mamma, è logico, è sembrato che tu volessi lasciare un ricordo prima di morire!" Così aveva replicato Valeria, sempre ipercritica. Ma no! Non era quella l'intenzione, anzi il contrario: volevo talmente continuare a... vivere che cercavo tutto il loro appoggio, pur sapendo che a volte potevo non meritarlo, per i gesti di stizza, per l'indifferenza, per la chiusura che avrei dimostrato. Però ero sicura del loro affetto ed io così le ringraziavo.
E passò anche quella domenica di Pasqua. S'era programmato di andare fuori per il lunedì di Pasquetta ed io inizialmente ne ero stata entusiasta, avrei trascorso quell'ultimo giorno di "libertà", lontana dal solito scenario, con i miei familiari e senza pensieri tristi. Meno uno, invece mi dissi quella mattina aprendo gli occhi e l'entusiasmo svanì. Un po' per la giornata uggiosa, un po' perchè certe ansie non possono sparire solo con la forza della volontà, fatto sta che avrei voluto tanto restare a casa quel giorno, a pensare, a pregare, a mettere ordine tra le idee per cercare di metabolizzare una realtà difficile da accettare. Poi pensai che sarebbe stato difficile non suscitare le lamentele di mio padre, convinto che la distrazione mi avrebbe fatto un gran bene, così mi feci forza... chissà forse aveva anche ragione... mi preparai e insieme con mio marito, paziente quel giorno come non mai, partimmo sperando di trascorrere una giornata tranquilla. E invece, di lì a poche ore ci sarebbe stato il giro di boa della mia storia.
sabato 13 novembre 2010
Avrei voluto poter fare ad ognuno di loro un dono come segno della mia gratitudine, nell'impossibilità non lesinavo i sorrisi e le parole di speranza; fosse la mia vita durata un anno, o dieci, o trenta avrei voluto che mi si ricordasse così, una persona serena che non aveva mai perso la speranza e che aveva attinto dagli altri la forza per andare avanti.
La domenica di Pasqua era giunta e il Vangelo che annunciava la Resurrezione costituiva di per sè un messaggio di speranza che avevo fatto mio per dare un senso a quello che mi era capitato e credere nella possibilità di una rinascita. Facevo il conto alla rovescia,e ormai mancavano due giorni all'inizio della chemio; avevo paura ma nello stesso tempo non vedevo l'ora di cominciare, così non mi sarei preoccupata più, intenta a lottare nell'occhio del ciclone. Quel giorno come al solito per le festività mi sarei ritrovata con tutta la famiglia a casa di mio padre: sarebbe stata una Pasqua come le altre eppure tanto diversa. Nessun accenno alla malattia, mi ripetevo, ma sentivo un bisogno sfrenato di "gridarla" quella maledetta per scacciarla e non viverla più, purtroppo non potevo sottrarmi a quello che mi aspettava e così, quasi in trance contavo le ore che mi separavano dal momento tanto temuto. Però volevo fare qualcosa che mi scuotesse dal senso di passività, pensai allora a un dono per le mie sorelle. Durante la settimana appena trascorsa era stato il compleanno di entrambe; scelsi tra i miei orecchini un paio per ognuna, avendo cura che seguissero il loro stile e gusto, li confezionai come un vero e proprio regalo e a termine del pranzo li donai loro con tutto il cuore. "Questo è un piccolo pensiero per il vostro compleanno; sono degli orecchini, erano i miei, voglio che siano vostri: è un modo per dirvi grazie in anticipo per tutto quello che farete per me, per farmi perdonare a causa dei momenti "no", per quando mi starete vicino e soffrirete e gioirete con me. Ho voluto darvi questi e non altro perchè essendomi appartenuti sono una parte di me, e io voglio che mi stiate accanto, quindi anch'essi ora sono vostri."
La domenica di Pasqua era giunta e il Vangelo che annunciava la Resurrezione costituiva di per sè un messaggio di speranza che avevo fatto mio per dare un senso a quello che mi era capitato e credere nella possibilità di una rinascita. Facevo il conto alla rovescia,e ormai mancavano due giorni all'inizio della chemio; avevo paura ma nello stesso tempo non vedevo l'ora di cominciare, così non mi sarei preoccupata più, intenta a lottare nell'occhio del ciclone. Quel giorno come al solito per le festività mi sarei ritrovata con tutta la famiglia a casa di mio padre: sarebbe stata una Pasqua come le altre eppure tanto diversa. Nessun accenno alla malattia, mi ripetevo, ma sentivo un bisogno sfrenato di "gridarla" quella maledetta per scacciarla e non viverla più, purtroppo non potevo sottrarmi a quello che mi aspettava e così, quasi in trance contavo le ore che mi separavano dal momento tanto temuto. Però volevo fare qualcosa che mi scuotesse dal senso di passività, pensai allora a un dono per le mie sorelle. Durante la settimana appena trascorsa era stato il compleanno di entrambe; scelsi tra i miei orecchini un paio per ognuna, avendo cura che seguissero il loro stile e gusto, li confezionai come un vero e proprio regalo e a termine del pranzo li donai loro con tutto il cuore. "Questo è un piccolo pensiero per il vostro compleanno; sono degli orecchini, erano i miei, voglio che siano vostri: è un modo per dirvi grazie in anticipo per tutto quello che farete per me, per farmi perdonare a causa dei momenti "no", per quando mi starete vicino e soffrirete e gioirete con me. Ho voluto darvi questi e non altro perchè essendomi appartenuti sono una parte di me, e io voglio che mi stiate accanto, quindi anch'essi ora sono vostri."
venerdì 12 novembre 2010
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