domenica 7 novembre 2010
sabato 6 novembre 2010
venerdì 5 novembre 2010
Giungemmo al piano più vicino al Cielo; le porte erano apparentemente chiuse, il dito sul campanello, una voce maschile: "E' aperto!" Spinsi la porta ed entrai con Valeria. Entrambe provammo la stessa impressione: ci sembrò di essere arrivate in Paradiso.
giovedì 4 novembre 2010
Si dice "non c'è due senza tre", ed io per il terzo giorno consecutivo tornai in ospedale decisa a risolvere una volta per tutte la questione dell'esito dell'agobiopsia. Questa volta però passai direttamente dal laboratorio di Anatomia e istologia patologica, qualcosa in più avrebbero saputo dirmela! Valeria come sempre mi accompagnava, cercava di arginare i miei scatti di nervosismo, mi sosteneva negli attimi di scoramento. Quella fu davvero una mattinata difficile. "C'è nessuno?" Entrate nel vano antistante il laboratorio non vedemmo anima viva. "Scusate, ma non c'è nessuno?" Per la seconda volta cercammo di farci notare. Mi affacciai sulla soglia di un'altra stanza perchè richiamata dal suono di alcune voci, lo feci timidamente quasi con timore, ma Valeria, per tagliare la testa al toro, mi diede uno spintone e a quel punto non fu più possibile non essere vista. "Vorrei parlare con la dottoressa P. A." "Attendete un minuto." Mia figlia ed io eravamo rimaste al di là di una vetrata, quasi timorose di oltrepassare un limite proibito; io in particolare mi sentivo piccola, impotente e nello stesso tempo quasi sfrontata per il fatto che dovevo chiedere di qualcosa che comunque era un mio diritto. Non volevo un'altra delusione, temevo altra perdita di tempo. La sensazione d'incertezza, quasi di panico fu annullata in un istante dal sorriso aperto,chiaramente sincero della dottoressa P. A. Ci invitò ad entrare, ascoltò il mio sfogo buttato giù in maniera confusa e tra le lacrime, poi chiuse la porta e cominciò a parlarmi. Ricordo bene tutto quello che mi disse ma al di là delle parole, chiare e prive di pietismo, a tratti dure perchè esplicative di una dura realtà, ricordo la sua voce, pacata, suadente che a poco a poco mi tranqillizzò, asciugò le mie lacrime, riportò nei miei occhi il sorriso da un bel po' dimenticato. Persona davvero speciale! Forse devo proprio a lei la presa di coscienza della mia vera natura e della mia grande capacità di risalire dopo aver creduto di non potercela fare mai più.
mercoledì 3 novembre 2010
Nella speranza di conoscere ufficialmente l'esito della mia agobiopsia tornai il giorno dopo nel primo pomeriggio. Ero con Valeria, ci accomodammo nella sala d'attesa e cominciammo a contare i minuti e poi le ore; il Dottor F. C. non c'era ma ci fu detto che sarebbe tornato ed io ero troppo tesa e nervosa per tornarmene a casa. Aspettando la tensione aumentò, ero tanto arrabbiata perchè avevo provato un grande senso di colpa per aver perso tempo a decidermi nel farmi visitare ed ora erano altri a indugiare, a infischiarsene del fatto che io stavo tanto male e sentivo la terra franarmi sotto i piedi. Allora la pensavo così, sbagliando, ma tali erano le mie considerazioni. Dopo quasi tre ore non ce la facemmo più e andammo via, stanche ed io personalmente con una forte sensazione di sconfitta. Dio, com'ero furibonda! Non riuscivo persino a sentire quello che mi si diceva, o in realtà non lo volevo sentire. Ero stanca di parole, belle parole "incoraggianti" che non incoraggiavano un bel niente. Stanca dei conflitti intestini. Stanca dell'interessamento altrui: il problema era solo mio e così pure il dolore. Tutti gli altri, compresi i miei familiari potevano sì dispiacersi, comunque avrebbero continuato la loro vita, " disturbati" ogni tanto da questo piccolo "neo", alla cui idea presto si sarebbero abituati; io no, non mi sarei mai abituata, neanche quando quel maledetto "bozzo" non ci fosse stato più. L'aver vissuto l'esperienza del tumore è qualcosa che ti scava dentro e non si può dimenticare, la puoi a tratti accantonare in un angolo della tua mente, ma poi basta poco, molto poco che ritorna prepotente a rinnovare l'antico dolore. A pensarci mi sembrava e a volte mi sembra ancora una lotta impari: non conoscere completamente il mio nemico mentre lui conosce me; non poter prevedere le sue mosse e al contrario lui gode dei miei momenti di debolezza. Diventare più forte di lui, questo era l'obiettivo di allora e lo è ancora, in questo momento quando tutto sembra essere sopito e ti predispone così ad abbassare la guardia.
martedì 2 novembre 2010
Gli parlai così, semplicemente con tutto l'amore possibile di una figlia che vive una situazione analoga a quella di suo padre. Provavo tanta tenerezza per lui che scendeva da quelle scale incredulo e pensieroso; c'era silenzio tra tutti noi e bisognava fare subito qualcosa prima che quel vuoto di parole diventasse incolmabile. Lo presi sottobraccio e a poco a poco cominciai a parlare, mentre in cuor mio pregavo di poter trovare le parole giuste senza rischiare di sbagliare. "Allora, babbo tra un paio di giorni andiamo insieme dall'oncologo. " "Sì, va bene ma non so il perchè." " Tu hai capito, però di che cosa sei stato operato?" "Sì, di un polipo al colon, ma ora sto bene." E' vero, stava bene ma quanta sofferenza c'era stata prima e quant'altra ancora ce ne sarebbe stata nel dare una notizia così, inaspettata e all'improvviso. Preso il coraggio a due mani, continuai: "Ascolta, non era un polipo la causa di tutti i tuoi disturbi, era qualcosa di più serio che però ora non c'è più. Hai sentito anche tu il dottore leggere il referto: adenocarcinoma in situ, 13 linfonodi isolati privi di metastasi. Babbo avevi un tumore che ora non c'è più, ne sei uscito fuori. Pensa però che è stata la tua malattia a convincermi perchè mi visitassi altrimenti chissà quale sarebbe stata la mia fine." A mio padre tornarono gli occhi lucidi ma poi si illuminarono di sorriso: "Allora deve andare tutto bene anche a te,me lo sento." Mentre tornavamo a casa in auto, aggiunse: "Guardate che dobbiamo fare una grande festa quando ogni cosa sarà finita perchè l'avremo battuto in due questo mostro terribile e inarrestabile." Il suo voleva essere un augurio bellissimo per me, ma allora non ero pienamente in grado di apprezzarlo tanta era la paura e l'incertezza che albergavano nel mio cuore.
lunedì 1 novembre 2010
"Domani vengo anch'io con te dal dottor C. così lo saluto, il mio salvatore." Mio padre volle accompagnarmi quel lunedì con l'intenzione di supportarmi e di salutare colui che riteneva l'avesse salvato da fine quasi certa. Alle tre del pomeriggio eravamo lì a fare anticamera nell'attesa che ci ricevesse, come sempre marito e figlia al mio seguito, e in più questa volta c'era anche mio padre. Sapevo per certo che l'esito era arrivato, ma non avrei potuto insistere più di tanto se mi avessero detto il contrario, quindi mi augurai che tutto si risolvesse bene e in breve tempo. Dopo una lunga attesa fummo ricevuti; chiesi al dottor C. dell'esito. "Non credo sia già pronto. Mi pare di avervi detto che sareste stata chiamata." "No, non sono stata chiamata, avevate detto di aspettare una settimana, ho aspettato dieci giorni, non bastano?" Una rabbia mi andava montando dentro, non era possibile che non si rendessero conto di quanto fosse di vitale importanza per me quel foglio di carta, si continuava a menar il can per l'aia senza sensibilità nè rispetto." Comunque telefoniamo al laboratorio, così ci sapranno dire." Da giù arrivò un foglio, la risposta, ma non era per me; si trattava dell'esame istologico dell'adenocarcinoma di mio padre. Il dottore lo lesse ad alta voce e in fretta, poi disse: "Quando arriverà anche l'altro, padre e figlia dall'oncologo!" Mio padre che fino ad allora era rimasto all'oscuro della vera natura del suo male, non potè fare a meno di esclamare: "Dottore, ma mi volete prendere in giro?" "Niente affatto, allora non avete capito proprio niente." Dicendo così prese quel foglietto e lo infilò in una busta, che poi diede a me. Era quello un passaggio di testimone che per me fu come il lancio di una patata bollente: non poteva mio padre incontrare l'oncologo senza aver saputo di essere stato operato per un cancro. Uscivo dall'ospedale con la delusione di un niente di fatto per me e con un'ulteriore incombenza: informare una persona cara, in maniera meno traumatica possibile, che avrebbe dovuto affrontare la chemioterapia perchè aveva avuto il cancro.
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