Era venuta a mancare cinque anni prima, lei, il pilastro della mia vita, il modello di ogni mio agire. Donna forte e coraggiosa aveva vissuto gli ultimi anni percorrendo il calvario della dialisi; aveva accettato questa situazione estrema cucendosela addosso, come un vestito su misura, poi si guardava allo specchio di quel momento della sua esistenza e riusciva persino a piacersi.
Mamma, quanto mi mancavi! In quel momento di ansia e di dubbio però, sentivo forte la sua presenza ed io avrei voluto somigliarle almeno un po' per non deluderla. Tanto per incominciare dovevo calmare quel tremore che mi sentivo dentro, mi dissi, per il resto chissà!
"Al seno destro c'è un nodulo non di bell'aspetto che dovete togliere al piu' presto, al sinistro devo controllare meglio; comunque il referto completo sarà pronto lunedi'". Queste furono le parole alquanto sbrigative con cui mi congedò la dottoressa che mi aveva visitato, probabilmente imbarazzata dal fatto che stava comunicandomi una non bella notizia. La mia mente era in preda alla confusione totale; continuavo a chiedermi la differenza tra un nodulo di bell'aspetto e uno di non bell'aspetto. Un nodulo è un nodulo e basta: non deve esserci! Questa fu la risposta.
martedì 17 agosto 2010
domenica 15 agosto 2010
"Basta!"gridai e mi levai dal torpore della paura.
Un'amica ha scritto, riportando una citazione di Emily Dickinson: "Non si è mai all'altezza finchè non si è chiamati ad alzarsi". In quel momento ero stata costretta ad alzarmi ma non ero poi tanto convinta di essere all'altezza di quella situazione che sentivo tanto grave e gravosa per me: non ce l'avrei mai fatta! Che cosa mi aspettava? Il solo pensiero mi arrecava un senso di mancamento e d'altra parte non potevo tornare sui miei passi perchè sarei impazzita, quindi dovevo percorrere proprio solo quella strada...
Con il cuore in gola, la mano sudata presi il telefono, digitai un numero e fu fatta.Grazie all'interessamento di una carissima amica medico riuscii ad ottenere la prenotazione per una mammografia in tempi brevissimi: 36 ore! Un vero miracolo. Come io abbia trascorso quelle ore,è ben immaginabile, in un'alternanza di stati d'animo contrastanti e con un forte conflitto di emozioni. Cosi' quella mattina del 6 marzo, con mia figlia, Valeria, da subito e sempre mia "compagna di viaggio" in questa disavventura, ci avviammo verso il centro di senologia degli Ospedali Riuniti della mia città.
Le gambe mi tremavano quando fu il mio turno per la visita. "Casi di tumore al seno in famiglia?" "No, certo che no", fu la mia risposta, quasi risentita perchè già provavo un latente senso di colpa per l'eventuale familiarità di cui sarei stata causa. Poi l'esame vero e proprio, scrupoloso e attento, troppo scrupoloso e troppo attento nel piu' assoluto silenzio nonostante qualche mia timida domanda. Che cosa mi stava succedendo? Sdraiata su quel lettino, con gli occhi al soffitto, lo sguardo andò oltre, ad un cielo azzurro e il pensiero volò a mia madre che non c'era piu'.
Un'amica ha scritto, riportando una citazione di Emily Dickinson: "Non si è mai all'altezza finchè non si è chiamati ad alzarsi". In quel momento ero stata costretta ad alzarmi ma non ero poi tanto convinta di essere all'altezza di quella situazione che sentivo tanto grave e gravosa per me: non ce l'avrei mai fatta! Che cosa mi aspettava? Il solo pensiero mi arrecava un senso di mancamento e d'altra parte non potevo tornare sui miei passi perchè sarei impazzita, quindi dovevo percorrere proprio solo quella strada...
Con il cuore in gola, la mano sudata presi il telefono, digitai un numero e fu fatta.Grazie all'interessamento di una carissima amica medico riuscii ad ottenere la prenotazione per una mammografia in tempi brevissimi: 36 ore! Un vero miracolo. Come io abbia trascorso quelle ore,è ben immaginabile, in un'alternanza di stati d'animo contrastanti e con un forte conflitto di emozioni. Cosi' quella mattina del 6 marzo, con mia figlia, Valeria, da subito e sempre mia "compagna di viaggio" in questa disavventura, ci avviammo verso il centro di senologia degli Ospedali Riuniti della mia città.
Le gambe mi tremavano quando fu il mio turno per la visita. "Casi di tumore al seno in famiglia?" "No, certo che no", fu la mia risposta, quasi risentita perchè già provavo un latente senso di colpa per l'eventuale familiarità di cui sarei stata causa. Poi l'esame vero e proprio, scrupoloso e attento, troppo scrupoloso e troppo attento nel piu' assoluto silenzio nonostante qualche mia timida domanda. Che cosa mi stava succedendo? Sdraiata su quel lettino, con gli occhi al soffitto, lo sguardo andò oltre, ad un cielo azzurro e il pensiero volò a mia madre che non c'era piu'.
giovedì 12 agosto 2010
Ci sono giorni come questo in cui ti senti piu' "tronco"che mai, vorresti abbandonarti alla corrente, ma poi qualcosa ti ferma e ti ritrovi a pensare al tuo recente passato, a ciò che hai fatto, alle conquiste conseguite e una forza grande ti prende e "tronco" non sei piu'. Torni ad essere un albero ad alto fusto, nel pieno vigore, capace di dare ancora foglie e frutti e quindi continui a...VIVERE. Ritornando ai tempi tristi dell'angoscia, lo spintone decisivo mi fu dato da Qualcuno che certamente conosce di che risorse sia capace l'essere umano quando vuole e ti pone per questo in situazioni da cui non puoi scappare almeno che non sei cieco o sordo nell'animo.
Eravamo ormai arrivati alla seconda metà di febbraio e all'improvviso mio padre cominciò ad accusare una strana debolezza, accompagnata da un pallore che non gli conoscevamo, dato che a memoria nostra era stato sempre fin troppo rubicondo; se a tutto ciò si aggiungevano anche dei mutamenti caratteriali, la cosa diventava veramente preoccupante. Volle sottoporsi a dei controlli e gli fu diagnosticato un adenocarcinoma intestinale per cui doveva essere operato al piu' presto. Ignaro di tutto un mattino mi chiamò dall'ospedale, proprio me ,"la figlia dell'amore", come mi chiama lui, alludendo al fatto che sono la primogenita, per parlarmi,o meglio per comunicarmi ciò che aveva pensato durante la notte quando il sonno stentava ad arrivare. "Alla sua età, 79 anni la vita era bella, ancora piu' bella, e per questo qualunque fosse stata la natura della sua malattia avrebbe lottato fino alla fine,senza paura, ma con il coraggio di un leone ferito".Che dire? A tali parole restai senza parole; mentre piangevo sommessamente potei solo dirgli che in quel momento conoscevo un "babbo" nuovo, mentre in cuor mio pensavo che in quel momento, inconsapevolmente stava dandomi la vita per la seconda volta.
Eravamo ormai arrivati alla seconda metà di febbraio e all'improvviso mio padre cominciò ad accusare una strana debolezza, accompagnata da un pallore che non gli conoscevamo, dato che a memoria nostra era stato sempre fin troppo rubicondo; se a tutto ciò si aggiungevano anche dei mutamenti caratteriali, la cosa diventava veramente preoccupante. Volle sottoporsi a dei controlli e gli fu diagnosticato un adenocarcinoma intestinale per cui doveva essere operato al piu' presto. Ignaro di tutto un mattino mi chiamò dall'ospedale, proprio me ,"la figlia dell'amore", come mi chiama lui, alludendo al fatto che sono la primogenita, per parlarmi,o meglio per comunicarmi ciò che aveva pensato durante la notte quando il sonno stentava ad arrivare. "Alla sua età, 79 anni la vita era bella, ancora piu' bella, e per questo qualunque fosse stata la natura della sua malattia avrebbe lottato fino alla fine,senza paura, ma con il coraggio di un leone ferito".Che dire? A tali parole restai senza parole; mentre piangevo sommessamente potei solo dirgli che in quel momento conoscevo un "babbo" nuovo, mentre in cuor mio pensavo che in quel momento, inconsapevolmente stava dandomi la vita per la seconda volta.
martedì 10 agosto 2010
Questa piccolina di cinque mesi conquistò il mio cuore ma non mi prese la mente. In effetti riportò un po' di gioia in famiglia ed io ripresi a sorridere anche se stentatamente, però erano sempre piu' frequenti i momenti in cui mi isolavo col pensiero mentre la mano, ormai non solo di notte correva su quel"bozzo"a toccarlo, esplorarlo e il cuore era sempre in gola, testimone di una paura crescente. Maledetta paura! Quante volte mi ha fatto sbagliare anche in precedenza, ma ora no, non era il caso: ero consapevole di non dover perder tempo, eppure ero come paralizzata, vedevo la via da seguire, ma non riuscivo a muovermi. Occorreva una spinta. Intanto anche i miei figli notavano che il disagio in cui ero mi opprimeva e alla fine Valeria, la maggiore con la determinazione che è propria del suo carattere e con l'amore che solo un figlio può provare, decise che si era aspettato abbastanza e che bisognava darsi da fare. Intimidita da tanta forza, provando quasi vergogna di me stessa, mi lasciavo trascinare senza volontà e decisione: un tronco su un corso d'acqua in discesa.
domenica 8 agosto 2010
Eppure continuavo a temporeggiare. Di settimana in settimana mi ripetevo: se fino a sabato non è successo nulla, non è sparito, giuro, vado da un medico. A niente servivano l'esortazioni del "compagno della mia vita", io avevo paura che il mio dubbio fosse sciolto da una conferma che inconsciamente sentivo reale e in verità aveva paura anche lui se gli bastava guardare i miei occhi angosciati per arrendersi e assecondarmi: mai tanto complici come in questa occasione! La sera mi addormentavo con la mano sul mio "bozzo", per nasconderlo a me stessa, quasi a voler proteggere quel qualcosa di mio che era contro di me, nella speranza di risvegliarmi al mattino e non trovarlo piu'. Mi svegliavo, invece nel cuore della notte e non prendevo sonno, gli occhi restavano sbarrati nel buio a guardare un futuro quanto mai indefinito. I giorni si susseguivano tutti uguali, indescrivibili ed io diventavo sempre piu' taciturna, estranea persino alla mia famiglia. Per tacitare il dolore causato dalla morte di Betty, questa era la versione ufficiale per tutti, ma in realtà per mettere ancora una volta la testa sotto la sabbia, decisi che avrei preso subito un altro cane. Dopo un'iniziale riluttanza , mio marito mi accontentò per vedermi di nuovo serena, presa da altri pensieri. Fu cosi' che a casa arrivò Beauty.
martedì 3 agosto 2010
I miei familiari attribuivano il cambiamento alla malattia del cane, gli altri, quelli che incontravo quotidianamente avevano forse intuito la verità: un profondo stato di tensione come quello di chi cammina su una fune sospesa nel vuoto. Volutamente evitavo persino di incontrare lo sguardo delle amiche piu' care per non tradirmi e per poter continuare a restare con la sola compagnia dei miei pensieri. Intanto le feste volgevano al termine e alla vigilia dell'Epifania si delineneò un primo epilogo; dopo un insperato miglioramento al mattino, a sera Betty peggiorò. Volle salirmi in grembo dove visse le sue ultime tre ore in agonia; era notte fonda quando spirò. Solo chi ha avuto la fortuna di vivere un rapporto "speciale" con un animale domestico può capire ciò che si prova quando lo si perde: è un filo che si spezza, è come se il cuore battesse a metà. Continuando a tenerla stretta a me per altre due ore mi balenò un pensiero che tante volte aveva velocemente percorso la mia mente. Che cosa mai le sarebbe successo se a me fosse capitato qualcosa; ne sarebbe certamente morta tanto mi era legata, cosi' ora era per me. Cominciai ad individuare uno strano disegno del destino,un parallelismo tra la vicenda del mio cane e quello che mi stava capitando e relizzai con timidezza e timore che forse quel "bozzo" non sarebbe mai passato. Al mattino mentre Betty veniva sepolta al cimitero degli animali, nel mio animo si riesumava prepotentemente il motivo della mia angoscia. Ormai non avevo piu' alibi.
domenica 1 agosto 2010
Fui la prima ad arrivare all'ambulatorio. Non c'era nessuno ad attendere; strano, ma era l'antivigilia di Natale ed altri, forse, avevano altro da fare, io no. Io avevo bisogno di risposte che calmassero la mia ansia crescente. Purtroppo non fu cosi'; quel mattino iniziò un intrecciarsi di situazioni, di eventi che portarono a ciò che sto vivendo tuttora e all'evoluzione del mio essere persona.
Stefania rilevò del liquido nei polmoni di Betty e bisognava eliminarlo al piu' presto, perciò le somministrò del diuretico, sperando che la situazione rientrasse e potesse cosi' iniziare una terapia adeguata. L'esito non fu quello sperato, anzi tutto sembrò mettersi in modo che si precipitasse velocemente potendo fare poco o niente in un'atmosfera che strideva con quella gioiosa, di festa del periodo natalizio. Furono giorni molto brutti; mi dedicavo a Betty e ogni tanto la mia mano sinistra andava a toccare il seno destro, a controllare quello che da un fuso era diventato un bozzo piu' piccolo in verità, ma dai contorni meno definiti e dalla consistenza piu' compatta e callosa. Il livido era scomparso, quindi tra un po' sarei "guarita", pensai. Non so perchè, ma ad un certo punto nella mia mente si era strutturato uno schema: se il mio "bozzo" fosse scomparso Betty sarebbe guarita e di rimando se Betty fosse guarita anche il mio bozzo sarebbe sparito. Questa logica assurda metabolizzata dal mio cervello mi aiutò ad andare avanti in quel periodo, a partecipare nonostante tutto ai tradizionali pranzi di famiglia, allo scambio di regali, di auguri e cosi' via. Ma la mia era una serenità forzata la cui vera natura traspariva ogni volta che mi guardavo allo specchio. I miei lineamenti erano sempre piu' tirati e gli occhi, costantemente lucidi, assumevano un'espressione sempre piu' tra l' incredulo e l' impaurito. Cominciarono ad accorgersene anche gli altri.
Stefania rilevò del liquido nei polmoni di Betty e bisognava eliminarlo al piu' presto, perciò le somministrò del diuretico, sperando che la situazione rientrasse e potesse cosi' iniziare una terapia adeguata. L'esito non fu quello sperato, anzi tutto sembrò mettersi in modo che si precipitasse velocemente potendo fare poco o niente in un'atmosfera che strideva con quella gioiosa, di festa del periodo natalizio. Furono giorni molto brutti; mi dedicavo a Betty e ogni tanto la mia mano sinistra andava a toccare il seno destro, a controllare quello che da un fuso era diventato un bozzo piu' piccolo in verità, ma dai contorni meno definiti e dalla consistenza piu' compatta e callosa. Il livido era scomparso, quindi tra un po' sarei "guarita", pensai. Non so perchè, ma ad un certo punto nella mia mente si era strutturato uno schema: se il mio "bozzo" fosse scomparso Betty sarebbe guarita e di rimando se Betty fosse guarita anche il mio bozzo sarebbe sparito. Questa logica assurda metabolizzata dal mio cervello mi aiutò ad andare avanti in quel periodo, a partecipare nonostante tutto ai tradizionali pranzi di famiglia, allo scambio di regali, di auguri e cosi' via. Ma la mia era una serenità forzata la cui vera natura traspariva ogni volta che mi guardavo allo specchio. I miei lineamenti erano sempre piu' tirati e gli occhi, costantemente lucidi, assumevano un'espressione sempre piu' tra l' incredulo e l' impaurito. Cominciarono ad accorgersene anche gli altri.
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