Davanti ad un angolo vuoto, ne immagino solo la ciotola, e i pensieri si rincorrono per un po' ricordando, poi velati a nascondere la malinconia.
Uno squillo, il telefono, una giornalista chiede di raccontare una storia finita bene, la mia storia. È per celebrare questa giornata... dice... il 4 Febbraio, contro il cancro.
Il mio "oggi" che parte da lontano è fatto di emozioni che non posso trattenere.
Sono ricordi rivissuti, sensazioni rielaborate.
Per mia natura non ho mai amato essere protagonista, con la malattia mi trovai ad esserlo mio malgrado, e se nella vita non potevo rifiutare quel ruolo, nella "scrittura" almeno avrei voluto ridimensionarlo.
Di quella "storia" così decisi di non essere l'unico personaggio principale, e tutti quelli che la vivevano con me sarebbero diventati coprotagonisti.
Io non ero anonima, e neanche le mie emozioni. Anche attraverso un "quasi nome" mi si identificava benissimo ed io volevo questo, essere attendibile.
Seguendo un'idea, pur nel rispetto della privacy, fui fedele in tutto, i dialoghi, perfino qualche voce dialettale, le lacrime, la rabbia... le parole di conforto, incoraggiamento da parte di medici e infermiere...
Quando rileggevo ciò che avevo scritto mi emozionavo ancora di più, restavo quasi senza respiro.
Poi alcune situazioni m'impedirono di andare oltre e cambiai così se non argomenti, stile.
Descrivere emozioni fu formulare "pensieri divaganti fissati nella realtà".
Diventai più ermetica, comprendeva in pieno i miei scritti solo Chi conosceva me ed il contesto. Chi sapeva riconoscersi in quella sofferenza.
A volte fui giudicata prolissa, divagante a tratti incomprensibile, però si trattava di fare una scelta. Chiudere baracca e burattini, dedicarmi alla scrittura solo per diletto, oppure con qualche accorgimento, "continuare a...".
Preferii quest'ultima e non me ne sono mai pentita.
Tempo è trascorso, ne è venuto fuori persino un libro, almeno così lo definiscono, per me è il semplice diario di due parentesi della mia vita a confronto.
Così ho avuto il privilegio di essere intervistata qualche giorno fa, e poi stamattina.
Che dire...? Penso alle risposte che ho dato e pare quasi che le parole non siano mie. Eppure sono i miei pensieri, di questo sono certa.
Del resto da quando ho cominciato a scrivere costantemente è sempre stato così.
Critica con me stessa, lucida nel drizzarmi per non cadere.
Un messaggio finale per questa giornata?
Mai sentirsi vittime, e determinati essere protagonisti convincenti e coinvolgenti della propria storia.

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